La Parola all’Esperto di Marco Travaglio
Per completezza di informazione meglio che sul conto di Andreotti si consideri anche quanto segue. L'unica certezza che mi rimane, questo paese va di male in peggio!
Va affermandosi in Italia un nuovo mestiere di sicuro avvenire: il commentatore di sentenze mai lette. E’ un po’ come il recensore di film mai visti, che pretende di spiegare a chi li ha visti di che cosa parlano e come gli sono sembrati. Naturalmente, non avendoli visti, non ha la più pallida idea di che si tratti e dunque procede a tentoni, tira a indovinare, si barcamena come lo scolaro interrogato che non ha studiato. Ma mentre il recensore e lo scolaro rimediano figure barbine e voti bassissimi, il commentatore di sentenze mai lette ha l’applauso assicurato. Perché nel regime italiota si ritrova in assoluta maggioranza, circondato da persone che le sentenze non le hanno mai lette ma, come lui, le commentano copiosamente. A trovarsi a disagio, nel regime italiota, è colui – esemplare rarissimo, pressoché estinto – che le sentenze le conosce. Dunque, non ha diritto di parola. E, se per caso dice qualcosa, viene immediatamente zittito, sputacchiato, svergognato, minacciato, proposto per punizioni esemplari. L’ultimo caso del genere s’è verificato a proposito della sentenza della Cassazione su Andreotti, gabellata a reti unificate per un’assoluzione liberatoria, una beatificazione plenaria. Gian Carlo Caselli, uno dei tre o quattro in Italia che la conoscono (o meglio, conoscono la sentenza d’appello che la Cassazione ha confermato), ha tentato timidamente in un articolo sulla Stampa di ricordare di che si sta parlando: ”La Cassazione – ha scritto – ribadendo l’assoluzione per i fatti successivi, ha confermato che fino alla primavera del 1980 l’imputato ha commesso il reato di associazione con i mafiosi dell’epoca, capeggiati da Stefano Bontade, autori di gravissimi delitti”. Apriti cielo. Nessuno ha potuto smentire, sentenza alla mano, quel che ha scritto Caselli, anche perché la sentenza non l’ha letta nessuno. Ma nel regime italiota non ci si perde d’animo per così poco. Così, a Camere unificate, i politici di destra e di sinistra (con la lodevole eccezione dei Ds e Di Pietro) hanno zittito Caselli all’insegna del “come si permette?”. E’ come se le tv dicessero che il film “Troy” parla dell’attacco a Pearl Harbour e il regista provasse a obiettare che, in realtà, si parla della guerra di Troia, ma venisse zittito come un impiccione importuno. “Quello di Caselli – dice al Giornale Paolo Cento dei Verdi – è un intervento inopportuno perché il processo si è concluso con un’assoluzione e bisogna rispettare la sentenza”. Non gli viene neppure in mente che, per rispettarla, bisognerebbe almeno darle un’occhiata. Così magari si scoprirebbe che l’assoluzione riguarda il periodo 1980-1993, mentre per il periodo fino al 1980 il reato è stato commesso e accertato, ma l’imputato sé salvato per prescrizione. Poi c’è l’onorevole Enrico Buemi dello Sdi, quello che l’anno scorso propose in tandem con Carlo Taormina di depenalizzare il reato di furto. Stavolta pontifica su Andreotti e sostiene che “Caselli si arrampica sugli specchi per difendere quello che ha fatto” e che “tutto il processo Andreotti nasce da una pericolosissima confusione tra le responsabilità politiche e quelle penali che attivano processi mostruosi come quello che lo ha riguardato”. Ma qui di pericolosissimo e mostruoso c’è solo l’ignoranza (dal verbo ignorare) del Buemi sul processo Andreotti: Se la Corte d’appello di Palermo ha accertato che il sette volte presidente del Consiglio incontrò due volte il boss dei boss Stefano Bontade, prima e dopo il delitto Mattarella, e intrattenne “amichevoli relazioni” con i vertici di Cosa nostra, “chiedendo favori” e fornendo “suggerimenti”, di quali “responsabilità politiche” va cianciando questo Buemi? Le “amichevoli relazioni”, i suggerimenti e gli scambi di favori con la mafia sono responsabilità penali, configurano un reato ben preciso che si chiama associazione mafiosa (prima del 1982, quando fu introdotto quel delitto specifico, si chiama associazione per delinquere semplice). Anche Giuseppe Fanfani della Margherita ha censurato Caselli, dicendo che “le sentenze non si commentano mai”: ora, a parte il fatto che i politici non fanno altro che commentare sentenze, Caselli non ha affatto commentato quella della Cassazione e della Corte d’appello. Ha semplicemente informato i lettori della Stampa del contenuto di quelle sentenze, perché ciascuno potesse farsene un’idea. Magari criticare aspramente i giudici, ma sapendo almeno che cosa avevano scritto. Formidabile il commento di Ottaviano Del Turco, già presidente dell’Antimafia, che qualche sillaba della sentenza avrebbe dovuto pur leggerla: “Non capisco perché una parte della sinistra italiana continui a sottoscrivere una visione della storia d’Italia come se fosse stata governata per 50 anni da mafiosi e piduisti”. Dunque non solo la mafia non ha mai avuto rapporti con la politica, ma nemmeno la P2. Gelli non è mai esistito, Berlusconi non è mai stato iscritto alla P2 insieme a generali, ministri, sottosegretari, giornalisti, lo dice l’ex presidente dell’Antimafia, allegria. Se il centrosinistra ha reagito così, figurarsi il centrodestra. Il prof. pres. on. avv. Pecorella sostiene che “prescrizione non significa che il reato è stato commesso, ma che non c’era l’evidenza che fosse stato commesso”. Se avesse letto almeno il dispositivo (12 righe) della sentenza d’appello confermata in cassazione, avrebbe letto proprio ciò che lui nega: e cioè che il reato di associazione per delinquere è stato “commesso”, è “concretamente ravvisabile”, è provato, ma “estinto per prescrizione”. Poi c’è il leggendario Giovanardi, quello che fa addirittura il ministro e che riesce a scrivere libri (anzi uno solo, sempre lo stesso) sulle sentenze, senza conoscerle. “Caselli – dice il Giovanardi – persevera nel gettare fango su Andreotti, confermando che per alcuni pm malati di ideologia il loro imputato sia comunque colpevole anche se assolto in tre gradi di giudizio”. Il concetto di prescrizione non riesce proprio a entrargli in testa: è più grande di lui.
Assolto sì, ma innocente non direi....
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Andreotti esempio per la politica italiana?
Da molti considerato l'incarnazione del lato oscuro del potere, il novantenne senatore a vita Giulio Andreotti è visto da molti altri come esempio di rispetto delle istituzioni e di buona politica. Tra questi Massimo Fini, di cui pubblichiamo un pezzo da "Il gazzettino" del 9 gennaio 2009, contenente tra l'altro un paio di gustosi aneddoti sull'uomo Andreotti.
Giulio Andreotti ha compiuto novant’anni. Confesso che sono un po’ affezionato al «divo Giulio», come a Mike Bongiorno o a una vecchia zia, perché erano già su piazza quando io ero bambino e finché esistono posso ancora illudermi d’essere un ragazzo. Ma ci sono ragioni più solide per cui nutro simpatia e una sincera stima per Giulio Andreotti.
L’ho incontrato due sole volte. La prima fu per un’intervista. Correvano i primi anni Ottanta ed io, dopo essermi dimesso dall’Europeo, lavoravo per un piccolo mensile, «Pagina». Poiché eravamo quasi un samizdat avevamo difficoltà a intervistare politici anche di seconda schiera. Volevamo fare una grossa inchiesta intitolata «Togliere la capitale a Roma», un’intuizione prebossina. E fra le persone da sentire ci sembrava essenziale l’onorevole Andreotti, romano per giunta. Telefonai, senza molte speranze, alla sua segretaria, la mitica Enea che mi chiese l’argomento dell'intervista, i miei tempi e quanto avrei tenuto occupato Andreotti. Risposi che il discorso era complesso e che avevo bisogno di un’ora. L’Enea disse che mi avrebbe dato una risposta nel giro di mezz’ora. E così fu. Mi disse che Andreotti mi avrebbe incontrato a Milano, in un centro cattolico a due passi dall’aeroporto e che poteva darmi solo quaranta minuti perché subito dopo doveva partire per Roma. Stupii. Se fosse stato un giornalista tedesco o scandinavo sarebbe stato normale perché in quei civili Paesi si fa proprio così: si telefona alla segretaria del ministro e in un’ora si ha una riposta. Ma sono un giornalista italiano e so che per intervistare anche politici di mezza tacca bisogna prima strusciarsi a una pletora di portaborse.
Ci incontrammo all’ora fissata. Andreotti era seguito da una sua piccola corte. Entrammo in una grande sala vuota occupata solo da un tavolo e due sedie. La corte rimase rispettosamente sulla porta, aperta. Poi il «divo Giulio» fece un cenno, la porta si richiuse e rimanemmo soli. In quel momento pensai che avrei potuto uccidere Andreotti. Di tutti gli uomini politici che ho incontrato, anche della vecchia leva (e ci sono personaggi come Fanfani, Nenni, Amendola, Malagodi) che era molto più preparata e colta dell’attuale, Andreotti è quello che conosce meglio la macchina dello Stato, i meccanismi istituzionali, la burocrazia, l’amministrazione oltre che la storia e lo dimostrò anche in quella piacevolissima conversazione.
Il secondo incontro fu più bizzarro. Mi trovavo all’ippodromo delle Capannelle e camminavo a testa china leggendo «Il Cavallo», quando mi scontrai con un uomo che stava facendo la stessa cosa. Gli caddero gli occhiali, li raccolsi e glieli porsi. Rialzandomi mi accorsi che era l’onorevole Andreotti. Solo. Senza scorta. Probabilmente l’avrà anche avuta ma non si vedeva. E anche questa è una lezione di stile agli scalzacani che oggi girano con al seguito eserciti privati, intesi come status simbol.
Andreotti avrebbe anche potuto essere il mandante dell’omicidio Pecorelli (è stato assolto) ma in ogni caso ha dimostrato sempre di avere senso dello Stato e di essere classe dirigente. Sottoposto a un logorante procedimento penale durato sette anni si è difeso nel processo e non ha mai detto di essere vittima di un «complotto» della magistratura. Perché una classe dirigente che ha senso di se stessa non delegittima le Istituzioni. Perché sa che sono le «sue» Istituzioni. A differenza degli avventurieri e degli uomini «après moi le deluge».
Ma il capolavoro di Andreotti è stato in politica estera. In tempi in cui, a differenza di oggi, l’alleanza con gli Stati Uniti era obbligata, per contenere «l’orso russo», è riuscito a fare una politica relativamente autonoma dagli americani, soprattutto nei confronti dei Paesi arabo-musulmani che noi, a differenza degli Usa, abbiamo sull’uscio di casa. Una politica intelligente, e rischiosa, i cui frutti cogliamo ancora oggi.
In un altro Paese europeo Giulio Andreotti sarebbe stato un grande uomo di Stato. Da noi ha dovuto arrangiarsi, compromettersi, avere anche, prima del 1980, rapporti ambigui con la mafia. Ma in quegli anni li avevano tutti, compresi (vedi Gunnella) i repubblicani dell’integerrimo Ugo La Malfa.
Per cui, onorevole Andreotti, io l’assolvo dei suoi peccati, se li ha, e le auguro di arrivare a cent’anni. Ma sono sicuro che lei mi risponderebbe come quel Papa: «Non mettiamo limiti alla Divina Provvidenza».Per approfondire, segnalo anche quest'intervista a Cossiga da "Il Corriere della Sera" sempre del 9 gennaio:
Andreotti? Ama giocare a pokerEtichette: Politica Italiana, Stampa
OCCHIO NON VEDE di V. Zucconi
Il 31 dicembre scorso, la Corte Suprema dello Stato di Israele, non il governo di Teheran o i Fratelli Mussulmani, ha ordinato al governo di permettere l’accesso ai giornalisti internazionali nella striscia di Gaza per osservare gli effetti dei bombardamenti e seguire le operazioni dell’esercito. Fino a questo momento - siamo alla mattina di mercoledì 7 gennaio - risulta che la stampa internazionale resti bloccata all’interno della linea di frontiera, dettaglio che non viene mai ben chiarito dai giornalisti nei loro servizi. In compenso, la stampa estera è condotta diligentemente da ufficiali e portavoce di Tzahal, l’esercito d’Israele, a visitare tutti i luoghi dove sia caduto uno razzo di Hamas. La giustificazione del rifiuto dei generali di obbedire all’ordine della loro Corte Suprema è che la presenza dei giornalisti complica il “lavoro” delle truppe e crea agitazione e confusione nell’opinione pubblica interna e internazionale. Curiosa e controproducente giustificazione, questa. Il risultato pratico è che le immagini che comunque arrivano da Gaza sono sempre e soltanto filmate da operatori di Hamas o comunque palestinesi, dunque sospettabili di strumentalizzazioni propagandistiche, come sempre e come in tutte le guerre. Per paura dei giornalisti, le forze israeliane lasciano ai propri nemici il monopolio delle immagini che illuminano d’orrore i nostri televisori.Etichette: Politica Internazionale, Politica Italiana, Stampa
Berlusconi padrone del Paese, il Corriere corresponsabile
Un articolo di Massimo Fini pubblicato sul Gazzettino del 5 dicembre scorso.
Blandamente criticato da Stampa e Corriere della Sera per una misura in fondo marginale come l'aumento dell'Iva a Sky (che non è come dice Veltroni, una Tv per tifosi squattrinati - quelli vanno allo stadio, in curva - ma per gente benestante) Silvio Berlusconi ha affermato che i direttori di questi due giornali dovrebbero cambiare mestiere. Il presidente del Consiglio ha detto testualmente: "In tanti dovrebbero cambiare mestiere, direttori di giornali e politici, ho visto che la Stampa ha titolato "Berlusconi contro Sky", ho visto le vignette del Corriere della Sera , ma che vergogna... dovrebbero avere tutti più rispetto per se stessi e fare un altro mestiere".
Ha ragione: se non per la Stampa senz'altro per il Corriere della Sera. Ma in senso diametralmente opposto a quello che gli dà il premier. La responsabilità del Corriere della Sera, un giornale dalle grandi tradizioni liberali e che si presenta tutt'oggi come liberale, è di aver non solo avallato ma sostenuto in questi decenni, attraverso i suoi principali editorialisti, Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco (nelle cronache è stato invece più equilibrato) le posizioni e le azioni illiberali del Cavaliere. Il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) è il contrario di un assetto liberal-liberista perché, come insegnano al primo anno di Economia, e come scrivevano i padri di questo sistema, Adam Smith e David Ricardo, ammazza la concorrenza che è l'essenza stessa del liberal-liberismo e la cui mancanza è particolarmente grave nel settore dei media televisivi che sono il ganglio vitale di ogni moderna liberaldemocrazia. Un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio, e di cui ci si accorge solo quando tocca anche i propri interessi (che è il caso di Sky). Le leggi "ad personas", per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, e "ad personam", per salvare se stesso, il "lodo Alfano", ledono un altro principio fondante di una liberaldemocrazia: l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Ma più gravi ancora sono state, a mio avviso, le continue e devastanti aggressioni alla Magistratura italiana, la sua delegittimazione. In terra di Spagna, davanti a tutta la stampa internazionale, allibita, Berlusconi dichiarò che "Mani pulite", cioè inchieste e sentenze della magistratura del suo Paese, di cui pur era premier, erano state una "guerra civile". Non c'è stata volta in cui Berlusconi o i suoi amici politici sono stati raggiunti da provvedimenti giudiziari che i Pm e i giudici non siano stati accusati di "uso politico della giustizia", un reato gravissimo peraltro mai dimostrato, fino ad affermazioni generiche ma non meno gravi: "i giudici sono antropologicamente dei pazzi", "la magistratura è il cancro della democrazia".E così adesso anche Paolo Mieli si becca della "toga rossa". E ben gli sta. E anche all'inaudito volgare e violento attacco di Berlusconi, il Corriere ha reagito con un corsivetto tremebondo e una cronaca in cui la metteva sull'umorale.
Questo atteggiamento supino del Corriere, il più importante quotidiano italiano, non ha fatto il bene del Paese nè dello stesso Presidente del Consiglio. Lasciatagli passare, passo dopo passo, ogni cosa, il Cavaliere, che antropologicamente non conosce il senso del limite, si sente ormai autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le Reti televisive nazionali che pur controlla per i 3/4 di "denigrarlo", di "insultarlo", di essere "disfattiste" (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlar troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa.
Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento, padrone del centrodestra, se si eccettuano la Lega e l'Udc di Casini che ha avuto il coraggio morale di smarcarsi, padrone del sistema televisivo, ricco più di Creso, Silvio Berlusconi è ormai il padrone pressochè assoluto del Paese. E nessuno può più fermarlo. Una situazione che con la liberaldemocrazia non ha nulla a che vedere. E il Corriere della Sera ne è per la sua parte, che è una notevole parte, corresponsabile.Etichette: Politica Italiana, Stampa
BELLA ITALIA - 2
Come se non bastassero le parole di Cossiga, che in veneranda età ha deciso di confessare i suoi peccati di gioventù, in questi giorni si vengono a scoprire altri fatti particolarmente interessanti riguardo l'unica forma di giustizia rimasta in Italia...eh sì, le sane manganellate della Polizia.
Non mi va però di finire nella generalizzazione e perciò faccio notare che tutti i protagonisti di questa puntata erano ai vertici di questo corpo, e dopo gli eventi di Genova (G8, qualcuno ricorda ancora??!! sicuramente i miei amici scout finiti in mezzo ai fumogeni e con qualche carezza di troppo degli agenti, sì!!) non solo ci sono rimasti ma spesso sono stati "promossi".
In merito leggetevi il seguente articolo, stranamente riportato solo in alcuni quotidiani.
articolo di Massimo Calandri sulla sentenza per il blitz alla scuola DiazLe mie conclusioni: questi bolscevichi della BBC non si potevano fare gli affaracci loro una volta tanto, così danno adito a quelle toghe rosse dei magistrati !! BELLAAAA ITALIAAAA - 2
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BELLA ITALIA
Incuriosito dalle parole di Stefano ho cercato il testo delle dichiarazione di un Politico storico, nonchè senatore a vita di questa BELLA ITALIA...io sono aberrato!!! A voi i commenti...
ROMA - Presidente Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che...
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere?
«In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».
Fonte: Giorno/Resto/Nazione del 23/10/2008Etichette: Politica Italiana, Stampa
Speranza e Cambiamento
CHICAGO - Un inno alla democrazia e alla capacità di cambiare. Barack Obama nel discorso più importante della sua vita, davanti a centinaia di migliaia di persone, ha commosso il suo Paese e il mondo rivendicando la forza della speranza contro il cinismo, la forza dell'uomo comune davanti al potere, la forza potente del sogno e del cambiamento. La forza dell'America, ha gridato Obama nella notte di Chicago, non è la sua potenza militare ma la capacità di creare «democrazia, libertà e opportunità».
ROMA - Barack Obama aveva conquistato da poche ore la certezza della vittoria elettorale e già il Pdl commetteva una grave gaffe, dalle possibili ripercussioni nei rapporti diplomatici tra Italia e Stati Uniti. "Sulla lotta al terrorismo internazionale - è stato infatti il commento espresso questa mattina al Gr3 dal presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri - vedremo Obama alla prova, perché questo è il vero banco di prova. Gli Stati Uniti sono la democrazia di riferimento, portatrice di valori minacciati dal terrorismo e dal fondamentalismo islamico. Su Obama gravano molti interrogativi; con Obama alla Casa Bianca forse Al Qaeda è più contenta"
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Attentato alla banca popolare di Vicenza
Variati sull´attentato di ieri: "Ho paura che si possa rompere un equilibrio incredibilmente durato per cinquant´anni. Lo temo io, ma dovrebbero temerlo anche gli americani"Il giorno dopo l´attentato alla Banca Popolare di Vicenza, che gli inquirenti hanno definito di natura politica, il sindaco Achille Variati ritorna sulla vicenda, da lui stesso già duramente condannata.
"Vicenza - dichiara Variati - ospita gli americani da 50 anni. Li ha ospitati in tempi anche difficili, di guerra fredda e tensioni sociali, ma non è mai diventata un luogo sensibile per la contestazione. Il grave fatto di ieri mi ha fatto pensare che quell´equilibrio straordinario si possa rompere. Ho paura che la mia città stia per diventare un luogo sensibile su cui scaricare veleni. Si tratta di un problema molto grave, di cui l´odioso attentato alla Popolare potrebbe essere un segnale allarmante".
"Questo è un problema per la città - prosegue Variati - ma dovrebbe essere anche un problema per gli americani, ai quali chiedo di riflettere su quanto sta avvenendo. Il Dal Molin è una questione irrisolta, e non credo faccia bene nemmeno agli americani semplificare la vicenda come fosse una semplice questione tra loro e il governo italiano. Vorrei che riflettessero su cosa voglia dire fare nuove basi militari oggi, nel 2008, rispetto a cinquant´anni fa e su quale debba essere il rapporto con la città che li ha così a lungo ospitati. Non si tratta solo di risolvere questioni formali, ma anche sostanziali e che riguardano direttamente e profondante il territorio: da un progetto che ancora manca, fino alle indispensabili valutazioni sull´impatto ambientale".
Variati risponde anche a Galan, che sull´attentato ieri ha dichiarato "Chi semina vento, raccoglie tempesta". "Il proverbio mi trova d´accordo - commenta il sindaco - ma va chiarito chi abbia seminato vento. Non certo i cittadini che hanno espresso la loro opinione nella consultazione autogestita, non i pacifici dimostranti che hanno sfilato contro la nuova base, non io che ho cercato di ricondurre la protesta in un solco di democrazia, stemperando tensioni e conflitti. Il vento, semmai, l´ha seminato chi ha creduto di risolvere la questione senza discuterne con la città, lasciandoci in eredità una situazione irrisolta e incancrenita."
Nel frattempo, questa sera alle 21, il sindaco ha invitato tutti i cittadini a scendere in strada, per una fiaccolata a difesa della democrazia. "Indipendentemente dalle posizioni politiche - conclude Variati - la città deve creare un muro contro la violenza terroristica".
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Marchiani vs Più Democrazia
“Più Democrazia sbaglia a legittimare la sinistra, noi non ci crediamo più”. Pronta la lista civica col bollino.
I GRILLO FRIENDS: “NOI I VERI DEMOCRATICI”Davide Marchiani è uno dei portavoce del Meetup vicentino degli Amici di Beppe Grillo (600 iscritti, con un gruppo attivo di 30-50 persone). In merito alla “democrazia diretta” sperimentata dal centrosinistra, e parzialmente appoggiata dal comitato Più Democrazia, ha le idee chiare. Di solenne bocciatura.
E’ un fatto positivo o no che i partiti tentino esperimenti di partecipazione diretta?L’idea dell’incontro con la popolazione è bella. Più Democrazia ci aveva proposto di farne parte in una riunione tenuta qualche tempo fa nella sede di Vicenza Capoluogo, ma con Paolo Ruffato di Movimento Zero abbiamo deciso di declinare l’invito.
Perché?Più Democrazia si rende responsabile di un grave errore, e lo dico senza propositi di fare nessuna guerra: ci tirano per la giacchetta verso la sinistra. Una sinistra che si mette in bocca la parola partecipazione e democrazia diretta quando le fa comodo, sotto elezioni. Ora, portare voti alla sinistra è da ingenui, e noi non lo siamo.
Dove starebbe la fregatura?La sinistra si è fregata da sola, e ora c’è solo delusione totale. Anche Prodi aveva fatto gli incontri nelle città e aveva messo in piedi la “Fabbrica del programma”, ma il risultato lo abbiamo visto. No, legittimare la sinistra come fa Più Democrazia significa fare da stampella a un sistema sbagliato. Non dubito che a sinistra ci siano persone competenti e perbene, ma hanno un limite: devono sempre rispettare gli ordini e le regole dall’alto. Ora basta, bisogna cambiare strada.
Come?Noi proponiamo la nostra lista civica, degli Amici di Beppe Grillo. Ci siamo finalmente. E noi, voglio sottolinearlo, sono anni che abbiamo un contatto continuo con la gente, con incontri settimanali e attraverso internet, non come loro che chiamano all’appello quando è il momento giusto. E’ una vergogna.
VicenzaPiù 16/02/08
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da VicenzaPiù 16/02/08
“Lodevole” l’iniziativa di ascolto di cittadinanza e società civile da parte del centrosinistra, dice Più Democrazia. Ma bisogna passare dalle parole ai fatti.
IMMAGINATEVI UNA DEMOCRAZIA DIVERSA. SENZA PARTITIUn nome accattivante, un’esperienza première nel suo genere, uno stacco netto rispetto all’immobilismo ufficiale del centrodestra. E’ stato battezzato ImmaginateVi – titolo indubbiamente efficace, poco “partitico” – l’esperimento di due giorni (venerdì 8 e sabato 9 febbraio) con cui le opposizioni di centrosinistra hanno voluto manifestare la volontà di dare “ascolto” ai cittadini e alle forze sociali di Vicenza. In palio c’è la vittoria alle comunali, accorpate alle politiche il 13-14 aprile.
Nata da un’idea originaria della civica Vicenza Capoluogo (gli “Stati Generali” di tutti gli anti-Hüllweck della città) e fortemente voluta per dare un segnale di apertura con questi chiari di luna No Casta, la kermesse ha avuto numeri incoraggianti. 600 sono stati partecipanti alle assemblee aperte di venerdì, 150 i convenuti ai tre forum moderati da giornalisti locali in cui ha preso la parola il gotha della “società civile” berica: Massimo Calearo (Assindustria), Giuseppe Sbalchiero (Assoartigiani), Vladimiro Riva (Vicenzaè), Oscar Mancini (Cgil), Riccardo Dal Lago (Uil), Ornella Vezzaro (Confesercenti), don Giovanni Sandonà (Caritas), Umberto Nicolai (Coni), l’industriale Paolo Marzotto, il poeta Fernando Bandini (Accademia Olimpica), etc. Una consultazione formato espresso che, sottolineano gli organizzatori, aspira a diventare permanente attraverso internet (collegandosi al sito www.vicenza2008.it) e inviando sms pubblicati sempre on line (348.4587496). Una partenza sprint all’insegna della modernità di comunicazione, secondo la politica d’immagine del neonato Partito Democratico (in loco curata dall’agenzia Alias di Jacopo Bulgarini d’Elci).
Fin qui tutto bello, tutto bene. Ma alcuni elementi portano a un grande dubbio: e se fosse stata tutta una meritoria ma sterile vetrina? L’innesto di “democrazia partecipata” nell’alveo tradizionale dei partiti è una pratica che, se lasciata a metà o ridotta a due giorni, può ridursi a mera facciata elettoralistica. E’ l’accusa – con giudizio sospeso – che rivolgono gli “esperti” locali in materia del comitato Più Democrazia (quello che il 10 settembre 2006 aveva promosso il referendum per la democrazia diretta nello Statuto comunale). Più Democrazia ha partecipato ai lavori, speranzosa in un rinnovamento “dal basso”. Ma per ora non si sbilancia in entusiasmi.
“Solo due giorni mi sembra veramente poco. E soprattutto: si doveva partire molto prima, ci vuole molto più tempo per consultare la gente, non si può improvvisare”, sbotta Claudio Proietti del comitato referendario. “Fra noi di Più Democrazia, poi, c’è a chi brucia che i partiti di centrosinistra si sveglino solo al momento delle elezioni, perché c’è da raccogliere voti”. Tuttavia, “è pur sempre un tentativo che va nella direzione giusta, vediamo che frutti darà”. Sviluppa questo timore (e questa speranza) un altro referendario come Eugenio Berti: “E’ stata la prima volta che i partiti hanno voluto dare voce alla città. Bene. Ma i prossimi giorni ci diranno se è tutto fumo negli occhi oppure no. Perché qui il punto è se le proposte uscite dai cittadini nelle circoscrizioni diventeranno vincolanti oppure no”. Per questo, come scrive su vicenza2008.it un altro “democratico diretto”, Pippo Managuagno, Più Democrazia propone che “il documento programmatico frutto della sintesi delle due giornate di ascolto dell’8 e del 9 febbraio sia sottoposto a votazione dei cittadini che ne stabiliranno in questo modo le priorità. Tale votazione si può fare contestualmente alle primarie” di coalizione, che si terranno a inizio marzo.
Già, perché ciò che è emerso dagli interventi nelle sette circoscrizioni cittadine e dai dibattiti con l’establishment sarà convogliato in una bozza che fornirà la base per le primarie. Una bozza, però, che sarà stilata dalle segreterie dei partiti. Lasciando perdere il fatto, allora, che in alcune circoscrizioni neppure si è votato per la priorità da dare alle richieste “dal basso” (come nella 7 e nella 3); e mettendo da parte che in una sera appena, per quanto siano state interessanti e di alto livello le proposte dei cittadini, non si può certo dire di aver consultato la città; e anche accantonando ogni possibile ironia su sondaggi internet in cui si chiede di votare genericamente su “sanità”, “sicurezza”, “Dal Molin” senza entrare nei contenuti – trascurando tutto questo, resta il fatto che far passare tutto nel tritacarne dell’apparato dei partiti equivale a non aver cambiato nulla, sul piano decisionale. E anche quando fosse accolta l’ipotesi di agganciare le idee dal basso con le primarie, anche qua, si può rimanere tranquillamente scettici. Perché sappiamo tutti bene, e lo sa a maggior ragione chi ha letto il programma biblico dell’Unione – o, per l’altra parte, chi ascoltò Berlusconi dal notaio Vespa nel 2001 – che le coalizioni di partiti, il giorno dopo le elezioni, si comportano avendo come bussola gli equilibri interni di potere, non certo le promesse fatte fino a un giorno prima. Il candidato sindaco del centrosinistra, se vittorioso, dovrà sempre vedersela con il manuale Cencelli per le poltrone, col dover premiare quell’esponente o quella corrente, con l’azione di lobby dei gruppi d’interessi, e soprattutto con la logica perversa della visibilità (ogni singolo partito vuole emergere e avere uno spazio tutto suo). Si chiama democrazia, baby. O partitocrazia?
Alessio Mannino, VicenzaPiù, 16/02/08Etichette: Elezioni Comunali 2008, Stampa