sabato 1 agosto 2009

PD, un errore respingere Beppe Grillo

Da "Il Giornale di Vicenza" dell'1-8-09

Si può essere democratici ma non popolari?
Il PD si sta avvitando in questi giorni in una negativa sindrome della zattera. Quando si è in mare aperto e si sta su una zattera, non c'è posto per tutti e allora ecco la tentazione di respingere chi cerca di salire. Così morì il Partito Popolare dei Franco Marini. La soluzione fu la Margherita, ovvero lo spirito dell'apertura e della contaminazione. Lo stesso spirito che dovrebbe animare il PD se davvero è partito a vocazione bipolare e maggioritaria. Se aspira ad essere un grande partito di popolo.

Oggi i generalissimi del PD respingono la candidatura di Beppe Grillo alla segreteria del PD, come ieri respinsero la richiesta di Antonio di Pietro a confluire nel PD. E tuttavia non sanno portare argomenti che non siano quelli un po' spocchiosi della inadeguatezza in fatto di stile o di linguaggio. O della correttezza formale del tesseramento.

Io mi chiedo: in quale senso sarebbero impresentabili in un partito democratico leaders in cui si riconoscono milioni di cittadini italiani sicuramente animati da valori democratici? Lo stesso errore fu commesso verso Italia dei Valori e sta costando al PD il rischio del fallimento. In che cosa Di Pietro sarebbe stato incompatibile con il programma Democratico? Forse sul nodo della legalità? Oppure nel modo di fare opposizione?

Era forse più bipartisan il modo usato dla Cavaliere che accusò fin dal primo giorno e per tutta la durata del governo l'Unione di Prodi di aver vinto con brogli elettorali? O quello di creare ad ogni piè sospinto finti casi di corruzione, con agenti pagati per dichiarare che Mortadella e Ranocchio prendevano tangenti?

Quel Ranocchio che poi fu comprato come si comprano i calciatori per il Milan? O quello di usare ogni santo giorno i telegiornali pubblici e privati, con direttori compiacenti, per dipingere davanti al popolo Prodi come uno stupido? Ricordo a tutti che il Cavaliiere rifiutò perfino di riconoscere il Governo Prodi, rifiutando di stringere la mano al leader dell'Unione?

Tuttavia nessuno criticò il leader della coalizione di destra per questi atteggiamenti per nulla bipartisan.

Io non capisco dove sia il problema. Vorrei che mi fosse spiegato con argomenti razionali. In questi giorni vediamo alzarsi le barricate a respingere una boccata di aria fresca e popolare che sarebbe solo salutare per il PD. Che cosa non va nella candidatura Grillo? Il suo colorito linguaggio? E' più politicamente corretto di quello di Bossi che parla di fucili e invita a gettare il tricolore nel cesso, o di Calderoli che porta un maiale al guinzaglio per offendere i musulmani, o di quell'eurodeputato che, votatissimo, canta a squarciagola contro i napoletani o chiede autobus esclusivi per milanesi purosangue. E che dire del linguaggio politicamente corretto del nostro Primo Ministro? Beppe Grillo in confronto è un puritano e Antonio di Pietro un moderato.

Naturalmente ai grandi capi del PD sfugge che larghe fette del popolo italiano sono in sintonia con quel linguaggio colorito, e che si tratta "solo di metafore" per farsi capire dalla gente. Così ci spiegano a destra. Ma forse il PD non vuole farsi capire dalla gente. Forse non vuole essere maggioritario, nè popolare. Forse ha paura di camminare senza rete verso il metodo democratico e di vedere se anche in Italia, in un lotta senza rete per la leadership, non possa accadere che si faccia vivo anche un Obama.
Se è così occorre dirlo chiaramente: non vogliamo il metodo delle primarie se non "sotto scorta". Ma allora si può fare tranquillamente a meno di darsi quel nome così impegnativo: Partito Democratico. E di fare sogni maggioritari.


Nico Rossi
costituente nazionale del PD


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venerdì 10 aprile 2009

Votare per l'Europa. E sentirsi fessi

Con ogni probabilità Newropeans non ce la farà a candidarsi in Italia. L'importante è aver sollevato la questione europea, del rischio antidemocratico e continuare a farlo... dobbiamo ancora aprire gli occhi. Tuttavia, non votare potrebbe essere ancora peggio. Ricordiamoci che almeno la legge elettorale europea prevede le preferenze nominali.
Cercate un candidato competente e votatelo!

Avete visto chi vogliono candidare? Vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti

di BEPPE SEVERGNINI

Forse rassegnato, certo allibito, vagamente nau­seato. Fesso, no. Non voterò alle Europee il 7 giugno. Se le elezioni per il Parlamento nazio­nale sono state un'umiliazione — liste blocca­te, nostro compito era ratificare le nomine dei partiti — quelle per l'Europarlamento s'annunciano co­me una provocazione.

Dico, avete visto chi vogliono candidare? Vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti, ex po­tenti indigenti, funzionari sconosciuti. I ristoranti di Stra­sburgo e Bruxelles li aspettano a braccia aperte: ammesso che ci vadano, una volta eletti. I siti lo scrivono, i giornali lo riportano, le radio ne accennano. Ma davanti ai foto­grammi dall'Abruzzo — diciamolo — chi ha voglia di di­scutere l'opportunità della candidatura Mastella?

Così Clemente sarà nelle liste Pdl, segno e simbolo del nuovo. E chi s'azzarda a dire che hanno voluto saldare il debito per aver silurato Prodi — tuona l'interessato — «è un farabutto!». Il partito, com'è noto, sarà guidato ovun­que da Silvio Berlusconi — sebbene la carica di eurodepu­tato sia incompatibile con l'incarico di governo. Ma se qualcuno avesse il coraggio d'affermare che il partito non guarda avanti, ecco Barbara Matera, 28 anni, scelta perso­nalmente dal leader (curriculum: finalista a Miss Italia, annunciatrice Rai, «letteronza» a Mai dire gol, «lettera­ta » in Chiambretti c'è, inteprete di Carabinieri 7 e «patti­natrice vip» a Notti sul ghiaccio). A Strasburgo se la vedrà con la coetanea Ele­na Basescu, bella figliola del presidente della Roma­nia, Traian Basescu. La ra­gazza ha competenze incer­te, ma splendide foto. Me­morabile quella sopra un cavallo deceduto o molto stanco ( http://www.clau­d iocaprara.it /post/2214328.html).

A sinistra Dario Franceschini tuona contro le scelte del­la maggioranza e assicura: «Noi manderemo a Strasburgo solo persone autorevoli che ci resteranno per tutto il man­dato! ». Bene: allora non si capisce perché candidano Bas­solino (sicuri sia autorevole?) e Cofferati (non voleva la­sciare la politica per la famiglia?). E gli alleati? Si presenta Di Pietro (la carica di eurodeputato è incompatibile con quella di deputato nazionale) e si presenta Vendola (ma non è il governatore della Puglia?).

Diciamolo: in fondo la scelta di Berlusconi di candidar­si ovunque — pur sapendo che all'Europarlamento non metterà mai piede — è sfacciatamente sincera. Vuol dire: «Queste elezioni non contano un fico secco, sono soltan­to un sondaggio ufficiale dell'elettorato. E poiché ai son­daggi tengo, voglio esserci». L'entusiasmo del 1979 — primo Parlamento europeo a elezione diretta — lascia il posto a questa commedia. Non in tutti i Paesi accade: pensate che qui e là, in campa­gna elettorale, parleranno di Unione Europea e poi elegge­ranno gente che, a Strasburgo e Bruxelles, ci andrà. E noi? Non capisco perché dobbiamo prestarci a questo gioco. Anzi, lo capisco. Siamo la plebe democratica e fanno di noi ciò che vogliono. Vuoi vedere che un po' fessi siamo davvero?

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giovedì 19 marzo 2009

Internet è in pericolo?

Avete sentito parlare in questi giorni del fatto che la libertà su Internet è in pericolo? No? Beh, forse perché non l’hanno detto. Difatti poche persone sanno di quello che sta succedendo nei Parlamenti Italiano, Francese ed Europeo. Parliamo del caso Italiano. C’è un emendamento in discussione al Parlamento (già approvato il 5 febbraio al Senato) che potrebbe anche passare così com’è: si chiama emendamento d’Alia. Le scusanti sono per esempio nobili valori come quelli di combattere la pedofilia e cancellare quei gruppi sul social network Facebook che inneggiano alla Mafia. Non ti dicono però che per i siti attinenti alla pedofilia il sistema attuale di controlli va benissimo e che i gruppi inneggianti alla Mafia contavano al massimo qualche centinaio d’iscritti, mentre quelli che facevano pressione (sul sistema di controllo interno di Facebook che funziona molto bene) perché questi gruppi venissero cancellati contavano migliaia e migliaia d’iscritti (quindi nel social network ci troviamo davanti ad uno specchio che riprende molto fedelmente la realtà). Se quest’emendamento diventa legge, succederà praticamente così. Se in un sito, un social network, un blog, si trovano contenuti che commettono apologia di reato o istigazione a delinquere, l’autorità garante comunica a tale sito di togliere il contenuto incriminato. Se il gestore del sito (magari il proprietario di un blog, che accetta di dare spazio ai suoi lettori e di commentare come gli pare) non toglie il contenuto incriminato entro 24 ore, l’autorità garante praticamente obbliga i provider ad oscurare (in maniera cautelare) l’intero sito, pena una multa dai 50 ai 250 mila euro. Quindi se per esempio un blog ritiene una legge appena approvata ingiusta e ne evidenzia i lati negativi, questo può venire oscurato dall’oggi al domani, per legge. Altri emendamenti vengono proposti al Senato ed alla Camera, come per esempio quello dell’onorevole Gabriella Carlucci dal titolo “Disegno di Legge Carlucci per la tutela della legalità nella rete Internet”. Guido Scorza, avvocato, docente e giornalista esperto in materia, si è andato a vedere il file che l’onorevole Carlucci aveva messo a disposizione sul suo blog, scoprendo che la licenza del software col quale era stato scritto era di proprietà di Davide Rossi, presidente di Univideo (Unione Italiana Editoria Audiovisiva). Capite bene che quindi lotta alla pedofilia, libertà e legalità su internet, hanno poco a che fare con le leggi che vengono proposte, le quali ci porterebbero ai livelli di Birmania e Cina. Ma proposte legislative del genere non accadono solo in Italia: per rimanere qui in Europa, la Francia ha un problema molto simile al nostro. La proposta (il pacchetto Telecom) che viene discussa in queste settimane al Parlamento Europeo è invece diversa. In pratica permetterebbe il filtraggio dei contenuti su Internet da parte di soggetti non ancora specificati, che potrebbero benissimo essere le società di telecomunicazioni. In Italia la percentuale di territorio coperto dall’Adsl, la connessione veloce a Internet, è tra le più basse d’Europa. Secondo me fatti come questo (senza parlare della legge Pisanu, messa lì in mezzo al pacchetto di leggi contro il terrorismo, che mina la possibilità di dare il servizio di Internet Wi-Fi gratis ai suoi clienti da parte di gestori di un locale pubblico come un bar o un ristorante) sono contro la libertà su Internet, e non un blog che parla liberamente. Purtroppo non tutti capiscono la fondamentale importanza di mantenere e preservare a tutti i costi la libertà della rete, l’unico strumento di comunicazione veramente democratico perché da la possibilità a qualsiasi persona di rendere conoscibile il suo pensiero ad un vasto numero di persone. Inoltre credo che battaglie a livello nazionale valgono a poco e possono bloccare questi scempi solo nel brevissimo termine. Nel medio termine ci saranno nuove leggi continuamente proposte, perché già ora non è la prima volta. Un po’ alla volta, legge dopo legge, si cerca di bloccare la libertà di questo strumento da più angoli e in modo sempre più totale (libertà di accesso alla connessione, libertà di accesso ai contenuti, libertà di espressione), andando contro la visione e il sogno dei suoi inventori. Secondo me questa battaglia va fatta in primo luogo a livello europeo, dove la legislazione pesa su 27 Stati (il 60-80% delle leggi nazionali sono di derivazione europea). Il co-inventore del WWW Robert Caillau è membro di Newropeans ed ha appena redatto una proposta per la formazione di una Società d’Informazione Europea, la quale farà parte del nostro programma elettorale. Siamo l’unico partito ad avere una tale proposta nel programma e siamo gli unici a prendere in considerazione le Web Communities e le loro battaglie; ma soprattutto siamo gli unici che hanno la possibilità di avere proposte così avanzate nel nostro programma, perché siamo indipendenti. Proponiamo di assicurare una connessione veloce a tutti i cittadini, di stilare una Carta dei Diritti Digitali Europea e di garantire la neutralità della rete, non che di avere una maggiore protezione della privacy. Inoltre proponiamo che l’amministrazione pubblica in tutta Europa debba utilizzare i processi informatici per le sue procedure, con minori costi per tutti. A proposito, dov’è finita l’opera di digitalizzazione (parola che faceva pure fatica a pronunciare) dell’amministrazione pubblica promessa da Berlusconi (con tanta enfasi sulla riduzione di costi per miliardi di euro) in campagna elettorale?

Giulio Corà
Direttivo Newropeans

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venerdì 20 febbraio 2009

Pasolini: Andreotti, Nixon, l'Italia e... Berlusconi

Pensavo, giusto ieri, riflettendo sulla condanna di Mills e sulla sfacciata impunità di Silvio Berlusconi, a Richard Nixon, alla procedura di impeachment che seguì lo scandalo Watergate, e al fatto che, fosse successo in Italia qualcosa del genere, non ci sarebbero state grosse conseguenze. Anzi, nemmeno si sarebbe parlato di scandalo. E in effetti in Italia qualcosa di molto simile all'affare Watergate è successo, solo pochissimo tempo fa: ha coinvolto il SISMI e il giornalista di Libero Renato Farina, se qualcuno se ne ricorda ancora. E difatti, appurate le responsabilità dei pesci piccoli - Farina ha confessato - ci si è ben guardati dall'andare oltre con l'analisi (chi c'era sopra di loro? A chi obbedivano? A Zio Paperino?).

Leggevo, giusto ieri sera (nulla accade per caso), questo articolo di Pasolini pubblicato sul Corriere della Sera il 18-02-75, in cui PPP risponde a Giulio Andreotti che a sua volta rispondeva ad una sua precedente analisi della situazione politica e antropologica italiana. Riporto la parte finale dello scritto, evidenziando col grossetto alcuni passi a mio parere particolarmente significativi per le analogie con la Storia di questi giorni (le sottolineature in corsivo sono invece opera di Pasolini stesso).

[...] Ma, fatto il mio grigio dovere, ecco che è giunto il momento ch'io torni sulla prima ipotesi che ho formulato: l'assai più divertente ipotesi, cioè, che Andreotti abbia finto di non capirmi, dandomi quindi una risposta che ha fuorviato e seppellito tutto. Che tale ipotesi abbia serie probabilità di essere quella giusta può essere dimostrato dal fatto che Andreotti - verso la fine del suo intervento - nel punto più retoricamente delicato, quello che precede la perorazione, abbia fatto una oscura allusione alla sorte di Nixon.
Il senso diplomatico di tale oscura allusione è tuttavia chiaro, ed è il seguente: qui in Italia, miei cari, non si può fare come si è fatto in America con Nixon, cioè cacciare via chi si è reso responsabile di gravi violazioni al patto democratico: qui in Italia i potenti democristiani sono insostituibili.
C'è una sfida quasi luciferina in questa oscura allusione di Andreotti dal senso così chiaro. I potenti democristiani sono paragonabili (anzi, sono paragonati) a Nixon: e con ciò?
Non solo - sembra dire Andreotti - i successori di Nixon seguono la stessa politica di Nixon e continuano dunque a sostenere per quanto riguarda almeno l'Italia, gli equivalenti di Nixon; non solo, qui in Italia, non ci sarebbe un mediocre Ford pronto a sostituire eventualmente i nostri Nixon (tutti sanno cosa sia divenuta una carriera politica in Italia, e come gli avvocatucci provinciali e volgari eletti deputati fino ad una decina di anni fa, siano dei giganti rispetto ai loro possibili successori di oggi), non solo, ma i nostri Nixon sono infinitamente più potenti del Nixon americano: essi hanno trovato appunto, a quanto pare, il modo di rendersi insostituibili.
Il legame che unisce infatti questa allusione di Andreotti a una sua altrettanto significativa omissione è di una perfetta logicità. Voglio dire che - pur accennando alla criminalità, comune e politica, che, quasi caduta dal cielo, caratterizza l'odierna vita italiana - Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare di "strategia della tensione" e delle stragi.
Dunque gli uomini che decidono la vita politica italiana - e in definitiva la nostra vita - primo: non sanno nulla, o fingono di non saper nulla, di ciò che è radicalmente cambiato nel "potere" che essi servono, praticamente detenendolo e gestendolo; secondo, non sanno nulla, o fingono di non saper nulla, sull'unica continuità di tale potere, cioè sulla serie di stragi. Ciò è scandaloso. E io sono scandalizzato: a rischio di essere anche ingeneroso e conformista (come è sempre chi è scandalizzato, e si fa, quindi, portavoce di un sentimento comune e maggioritario, non privo di qualunquismo). E' chiaro comunque che fin che i potenti democristiani taceranno sul cambiamento traumatico del mondo avvenuto sotto i loro occhi, un dialogo con loro è impossibile.
Ed è altrettanto chiaro che fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile ma è inammissibile il loro permanere alla guida del paese. Del resto c'è da chiedersi cos'è più scandaloso: se la provocatoria ostinazione dei potenti a restare al potere, o l'apolitica passività del paese ad accettare la loro stessa fisica presenza ("... quando il potere ha osato oltre ogni limite, non lo si può mutare, bisogna accettarlo così com'è", editoriale del Corriere della Sera, 9-2-1975).


NOTE A MARGINE:

1) Andreotti, dopo la tragedia dell'Idroscalo di Ostia, dichiarò senza tanti giri di parole che Pasolini "se l'era cercata". Salvo poi, nel 1993, rendergli scuse per non aver accolto le sue critiche, ribadendo nel 1995: "In quel momento, quando su richiesta di Piero Ottone replicai sul Corriere della Sera alle bordate di Pasolini contro la Dc, io vedevo il problema in chiave di polemica politica. Piu' tardi ho compreso che occorreva prescindere dalla politica spicciola e accettare un discorso culturale che avrebbe giovato anche alla politica... Indubbiamente alcune delle cose che lui diceva sono valide, specie se rilette adesso".

2) Riguardo la strategia della tensione (stragi di Stato) che Pasolini aveva individuato come metodo di governo, cito l'ex Senatore Giovanni Pellegrino, allora presidente della Commissione Stragi (da "Segreto di Stato, La verità da Gladio al caso Moro", 2000): "Una cosa è certa: Pasolini era arrivato quasi in tempo reale laddove la Commissione, oggi, è giunta dopo anni e anni di ricerche."

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giovedì 19 febbraio 2009

Una crisi di governo... ma va!

In Italia tra le dimissioni di Veltroni e Sanremo non ci accorgiamo delle notizie importanti. Questa, che dovrebbe far cadere il governo, in un qualsiasi stato democratico, in Italia passa senza troppo clamore. Vi assicuro che in Europa sono piu' attenti e vi hanno dedicato le prime pagine (Inghilterra e Francia). In Italia una crisi di governo... ma figurati!

Mills fu corrotto da Berlusconi condannato a 4 anni e 6 mesi
Repubblica — 18 febbraio 2009 pagina 10 sezione: POLITICA INTERNA

MILANO - Silvio Berlusconi ha corrotto David Mills per dire il falso davanti al Tribunale di Milano. È questo il principio stabilito ieri pomeriggio dal collegio presieduto da Nicoletta Gandus, che ha inflitto 4 anni e 6 mesi di carcere all' avvocato inglese accusato di concorso in corruzione in atti giudiziari. Lui, l' imputato principe, l' attuale presidente del Consiglio, colui che materialmente era accusato di aver comprato il silenzio di Mills «donandogli» 600mila dollari, è riuscito a schivare una probabile condanna in primo grado solo grazie all' entrata in vigore, il 21 luglio scorso, del Lodo Alfano, la legge che impedisce di processare le cinque più alte cariche dello Stato. In attesa che la Corte Costituzionale (forse a ottobre) stabilisca se la norma non leda il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, un primo importante pilastro è stato gettato in questa vicenda. La Corte ha accolto l' impostazione accusatoria del pubblico ministero di Milano Fabio De Pasquale che aveva chiesto, per l' unico imputato rimasto, due mesi di condanna in più rispetto a quanto è stato poi stabilito. Nel corso della sua requisitoria, De Pasquale aveva spiegato come Mills, «fino al 2000», avesse ricevuto i 600mila dollari sia per «bramosia di denaro», ma anche per una sorta di «sudditanza professionale ed economica» nei confronti del principale azionista del gruppo Fininvest. Nel 1997 e ' 98, a più riprese, Mills venne convocato in procura e al tribunale di Milano per spiegare come funzionava la galassia estera del Biscione, che lui stesso aveva creato. E furono, paradossalmente, proprio le sue parole ad aprire il filone d' inchiesta sulla corruzione giudiziaria che si è concluso ieri in primo grado. In veste di testimone, il 18 luglio del 2004, al pm De Pasquale aveva detto a verbale di aver ricevuto i 600mila dollari per aver «tenuto mister B. (Silvio Berlusconi, ndr.) fuori dal mare di guai in cui l' avrei buttato se avessi detto tutta la verità». Messaggio che l' interessato ha però cercato di ritrattare poco dopo, forse rendendosi conto del reale peso delle sue parole. Con una lettera inviata alla procura milanese, il legale inglese si era rimangiato tutto, sostenendo questa volta di aver fornito la prima versione perché pressato dalle domande dei magistrati milanesi. La sua nuova verità per spiegare quel versamento di denaro, indicava l' armatore napoletano Diego Attanasio come il reale mittente di quella somma. De Pasquale, però, nel frattempo aveva raccolto altre prove che ha messo in tavola durante il processo. Come le confidenze che Mills aveva lasciato al suo consulente, Bob Drennan, al quale si era rivolto per evitare di finire nelle grinfie del severissimo fisco inglese. A Drennan, nel febbraio di 5 anni fa, Mills aveva scritto una lettera in cui dava la stessa versione sull' origine dei 600mila dollari, ovvero che erano soldi del gruppo Fininvest. «Credo e continuo a credere nell' innocenza del mio assistito», ha commentato il verdetto l' avvocato Federico Cecconi che ha comunque annunciato appello. Il difensore ha anche spiegato che «il processo, senza l' ombra dell' altro soggetto coimputato (Silvio Berlusconi, ndr. ), sarebbe stato esaminato in modo più sereno». «Sono deluso perché innocente», dice in una nota il suo cliente. «Spero che verdetto e sentenza siano cancellati in appello, e mi dicono che avrò ottimi motivi per sperarlo», ha concluso Mills. I giudici della Decima sezione, con la sentenza, hanno anche deciso di trasmettere alla procura la posizione Benjamin Marrache, uno dei più importanti avvocati di Gibilterra, destinatario finale della somma oggetto del processo. Secondo il Tribunale, Marrache, nell' avvallare la tesi processuale di Mills, avrebbe detto il falso. Tra le pene accessorie comminate a Mills, anche 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e 250mila euro di risarcimento alla parte civile. Ironia della sorte, la presidenza del Consiglio. La vicenda L' AUTOACCUSA Il 18 luglio 2004, David Mills ai pm di Milano confessa di aver ricevuto 600 mila dollari da Berlusconi a titolo di ringraziamento per non aver detto tutto sui conti esteri Fininvest PREMIER INDAGATO Nel marzo del 2005, i pm scoprono le carte d' accusa: le parole di Mills sono costate l' iscrizione tra gli indagati per Berlusconi L' accusa: corruzione in atti giudiziari IL LODO ALFANO Il 21 luglio scorso entra in vigore il Lodo Alfano. Stop ai processi alle più alte cariche dello Stato. La posizione del premier viene tralciata, anche se i giudici chiedono un parere alla Consulta LA SENTENZA Ieri la sentenza di primo grado. L' avvocato inglese David Mills, l' unico imputato, viene condannato a 4 anni e mezzo per corruzione in atti giudiziari - EMILIO RANDACIO

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lunedì 9 febbraio 2009

Europee: una discussione surreale....

Più che il dibattito su una modifica della legge elettorale per le elezioni europee è sembrato di assistere alla rappresentazione di un’opera surrealista.

La semplice introduzione dello sbarramento del 4%, lasciando intatti i collegi e la possibilità di esprimere le preferenze, costituisce, nelle linee generali, un passo avanti verso il sistema alla tedesca, che molti vorrebbero introdurre nella legge elettorale per il Parlamento nazionale.

Ma, poiché le finalità della modifica legislativa sono altre (ridurre la frammentazione politica, cioè rafforzare i partiti maggiori, togliendo spazio a quelli minori) e in questo caso non si tratta di esprimere la base elettiva del Governo nazionale, tra i suoi oppositori (dichiarati o meno) c’erano proprio quelli che nei mesi scorsi si erano espressi più favorevolmente per quel sistema, mentre a caldeggiare la modifica c’erano quelli che più lo avevano osteggiato, in nome del bipolarismo di facciata ancora in voga in Italia.

Surreali sono stati anche i commenti che hanno accompagnato il voto parlamentare.

Gli oppositori interessati, cioè preoccupati di salvare le penne, hanno cominciato a minacciare di uscire dalle giunte locali, per poi smentire di fatto l’affermazione, consapevoli che non sarebbero riusciti a condizionare i propri assessori e consiglieri.
E durante il dibattito parlamentare alla Camera, si sono dichiarati contrari all’emendamento poi approvato, affermando che il Parlamento europeo non sarebbe un’assemblea governativa, ma solo rappresentativa, dimenticando che, se è vero che quel consesso non esprime il Governo dell’Europa, nel senso che non elegge nel suo seno la Commissione europea (limitandosi ad un timido voto di approvazione, che, col Trattato di Lisbona non cambierebbe molto nella sostanza), contribuisce comunque a definire buona parte delle norme che l’Unione europea produce, nonché il bilancio di quest’ultima.
I sostenitori della modifica, dal canto loro, non hanno trovato argomenti migliori della necessità di inviare nel Parlamento europeo una rappresentanza italiana più compatta e coesa e di creare (niente meno!) i presupposti per eleggere un Presidente italiano dello stesso Parlamento o di una delle sue Commissioni più importanti.

Poltrone e programmi nazionali, dunque, non politica europea.
Se si aggiunge che l’operazione è avvenuta mentre il gioco era già cominciato, a dispetto delle raccomandazioni dell’OCSE e del Consiglio d’Europa (queste sì a ragione ricordate nella discussione parlamentare), non ci si può stupire del fatto che il desiderio di non andare a votare nella consultazione di giugno cominci a crescere anche in un Paese come l’Italia, che in Europa si è sempre collocato nel gruppo di testa della classifica delle percentuali di votanti.
Perché, come sempre, i grandi assenti dal dibattito sono proprio gli elettori europei, le disparità tra i quali si accentuano grazie a questa leggina.

In un’Europa nella quale si vota per lo stesso Parlamento con diversi sistemi elettorali e con differenti condizioni di eleggibilità, lo sbarramento sancito dal Parlamento italiano si aggiunge a quelli vigenti in altri Stati europei, senza essere ad essi omogeneo in termini numerici. Inoltre, mantenendo inalterato il numero elevato di firme da raccogliere per la presentazione delle liste (non a caso abbassato di un terzo per le elezioni politiche nazionali, allorché si è introdotto lo stesso sbarramento del 4%, per giunta attenuato per i partiti che partecipano a coalizioni elettorali), raddoppia l’ostacolo da abbattere per fare ingresso nel Parlamento europeo. Dunque esaspera ulteriormente gli squilibri in un sistema fatto a posta per dare agli europei l’impressione di appartenere a mondi diversi, privando di significato il concetto di cittadinanza europea. Di un sistema nel quale la probabilità di essere eletti aumenta o diminuisce in base al luogo ove si concorre alle elezioni e nel quale il voto di un olandese vale più di quello di un francese o di un italiano.

Ma se è questo lo scopo, astenersi significherebbe soltanto assecondare la strada che la maggioranza del Parlamento italiano, troppo occupata a guardare l’ombelico degli interessi nazionali, ha scelto ancora una volta di percorrere, al pari degli omologhi partner degli altri Stati membri.

Mentre le elezioni del giugno 2009, ad onta della babele di leggi e sistemi elettorali nella quale si svolgeranno, daranno agli europei un’occasione unica per marcare nettamente il proprio dissenso da chi pretende di governare l’Europa in questo modo: ciò che gli elettori francesi, olandesi, irlandesi, hanno già fatto in ordine sparso, bocciando la ratifica dei trattati di Roma e Lisbona, è ora possibile fare parlando all’unisono la stessa lingua della democrazia.

La soluzione è semplice. Basta aiutare a presentarsi e votare chi ha a cuore la sorte della democrazia europea, anziché chi vede nelle elezioni europee un semplice test della propria popolarità o della propria sopravvivenza politica.
Trovate tutto qui: http://150000.eu

Danilo Del Gaizo

Pubblicato su Newropeans Magazine
il 5 febbraio 2009

http://www.newropeans-magazine.org

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sabato 17 gennaio 2009

La Parola all’Esperto di Marco Travaglio

Per completezza di informazione meglio che sul conto di Andreotti si consideri anche quanto segue. L'unica certezza che mi rimane, questo paese va di male in peggio!

Va affermandosi in Italia un nuovo mestiere di sicuro avvenire: il commentatore di sentenze mai lette. E’ un po’ come il recensore di film mai visti, che pretende di spiegare a chi li ha visti di che cosa parlano e come gli sono sembrati. Naturalmente, non avendoli visti, non ha la più pallida idea di che si tratti e dunque procede a tentoni, tira a indovinare, si barcamena come lo scolaro interrogato che non ha studiato. Ma mentre il recensore e lo scolaro rimediano figure barbine e voti bassissimi, il commentatore di sentenze mai lette ha l’applauso assicurato. Perché nel regime italiota si ritrova in assoluta maggioranza, circondato da persone che le sentenze non le hanno mai lette ma, come lui, le commentano copiosamente. A trovarsi a disagio, nel regime italiota, è colui – esemplare rarissimo, pressoché estinto – che le sentenze le conosce. Dunque, non ha diritto di parola. E, se per caso dice qualcosa, viene immediatamente zittito, sputacchiato, svergognato, minacciato, proposto per punizioni esemplari. L’ultimo caso del genere s’è verificato a proposito della sentenza della Cassazione su Andreotti, gabellata a reti unificate per un’assoluzione liberatoria, una beatificazione plenaria. Gian Carlo Caselli, uno dei tre o quattro in Italia che la conoscono (o meglio, conoscono la sentenza d’appello che la Cassazione ha confermato), ha tentato timidamente in un articolo sulla Stampa di ricordare di che si sta parlando: ”La Cassazione – ha scritto – ribadendo l’assoluzione per i fatti successivi, ha confermato che fino alla primavera del 1980 l’imputato ha commesso il reato di associazione con i mafiosi dell’epoca, capeggiati da Stefano Bontade, autori di gravissimi delitti”. Apriti cielo. Nessuno ha potuto smentire, sentenza alla mano, quel che ha scritto Caselli, anche perché la sentenza non l’ha letta nessuno. Ma nel regime italiota non ci si perde d’animo per così poco. Così, a Camere unificate, i politici di destra e di sinistra (con la lodevole eccezione dei Ds e Di Pietro) hanno zittito Caselli all’insegna del “come si permette?”. E’ come se le tv dicessero che il film “Troy” parla dell’attacco a Pearl Harbour e il regista provasse a obiettare che, in realtà, si parla della guerra di Troia, ma venisse zittito come un impiccione importuno.
“Quello di Caselli – dice al Giornale Paolo Cento dei Verdi – è un intervento inopportuno perché il processo si è concluso con un’assoluzione e bisogna rispettare la sentenza”. Non gli viene neppure in mente che, per rispettarla, bisognerebbe almeno darle un’occhiata. Così magari si scoprirebbe che l’assoluzione riguarda il periodo 1980-1993, mentre per il periodo fino al 1980 il reato è stato commesso e accertato, ma l’imputato sé salvato per prescrizione. Poi c’è l’onorevole Enrico Buemi dello Sdi, quello che l’anno scorso propose in tandem con Carlo Taormina di depenalizzare il reato di furto. Stavolta pontifica su Andreotti e sostiene che “Caselli si arrampica sugli specchi per difendere quello che ha fatto” e che “tutto il processo Andreotti nasce da una pericolosissima confusione tra le responsabilità politiche e quelle penali che attivano processi mostruosi come quello che lo ha riguardato”. Ma qui di pericolosissimo e mostruoso c’è solo l’ignoranza (dal verbo ignorare) del Buemi sul processo Andreotti: Se la Corte d’appello di Palermo ha accertato che il sette volte presidente del Consiglio incontrò due volte il boss dei boss Stefano Bontade, prima e dopo il delitto Mattarella, e intrattenne “amichevoli relazioni” con i vertici di Cosa nostra, “chiedendo favori” e fornendo “suggerimenti”, di quali “responsabilità politiche” va cianciando questo Buemi? Le “amichevoli relazioni”, i suggerimenti e gli scambi di favori con la mafia sono responsabilità penali, configurano un reato ben preciso che si chiama associazione mafiosa (prima del 1982, quando fu introdotto quel delitto specifico, si chiama associazione per delinquere semplice). Anche Giuseppe Fanfani della Margherita ha censurato Caselli, dicendo che “le sentenze non si commentano mai”: ora, a parte il fatto che i politici non fanno altro che commentare sentenze, Caselli non ha affatto commentato quella della Cassazione e della Corte d’appello. Ha semplicemente informato i lettori della Stampa del contenuto di quelle sentenze, perché ciascuno potesse farsene un’idea. Magari criticare aspramente i giudici, ma sapendo almeno che cosa avevano scritto. Formidabile il commento di Ottaviano Del Turco, già presidente dell’Antimafia, che qualche sillaba della sentenza avrebbe dovuto pur leggerla: “Non capisco perché una parte della sinistra italiana continui a sottoscrivere una visione della storia d’Italia come se fosse stata governata per 50 anni da mafiosi e piduisti”. Dunque non solo la mafia non ha mai avuto rapporti con la politica, ma nemmeno la P2. Gelli non è mai esistito, Berlusconi non è mai stato iscritto alla P2 insieme a generali, ministri, sottosegretari, giornalisti, lo dice l’ex presidente dell’Antimafia, allegria.
Se il centrosinistra ha reagito così, figurarsi il centrodestra. Il prof. pres. on. avv. Pecorella sostiene che “prescrizione non significa che il reato è stato commesso, ma che non c’era l’evidenza che fosse stato commesso”. Se avesse letto almeno il dispositivo (12 righe) della sentenza d’appello confermata in cassazione, avrebbe letto proprio ciò che lui nega: e cioè che il reato di associazione per delinquere è stato “commesso”, è “concretamente ravvisabile”, è provato, ma “estinto per prescrizione”. Poi c’è il leggendario Giovanardi, quello che fa addirittura il ministro e che riesce a scrivere libri (anzi uno solo, sempre lo stesso) sulle sentenze, senza conoscerle. “Caselli – dice il Giovanardi – persevera nel gettare fango su Andreotti, confermando che per alcuni pm malati di ideologia il loro imputato sia comunque colpevole anche se assolto in tre gradi di giudizio”. Il concetto di prescrizione non riesce proprio a entrargli in testa: è più grande di lui.

Assolto sì, ma innocente non direi....

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martedì 13 gennaio 2009

Andreotti esempio per la politica italiana?

Da molti considerato l'incarnazione del lato oscuro del potere, il novantenne senatore a vita Giulio Andreotti è visto da molti altri come esempio di rispetto delle istituzioni e di buona politica. Tra questi Massimo Fini, di cui pubblichiamo un pezzo da "Il gazzettino" del 9 gennaio 2009, contenente tra l'altro un paio di gustosi aneddoti sull'uomo Andreotti.

Giulio Andreotti ha compiuto novant’anni. Confesso che sono un po’ affezionato al «divo Giulio», come a Mike Bongiorno o a una vecchia zia, perché erano già su piazza quando io ero bambino e finché esistono posso ancora illudermi d’essere un ragazzo. Ma ci sono ragioni più solide per cui nutro simpatia e una sincera stima per Giulio Andreotti.
L’ho incontrato due sole volte. La prima fu per un’intervista. Correvano i primi anni Ottanta ed io, dopo essermi dimesso dall’Europeo, lavoravo per un piccolo mensile, «Pagina». Poiché eravamo quasi un samizdat avevamo difficoltà a intervistare politici anche di seconda schiera. Volevamo fare una grossa inchiesta intitolata «Togliere la capitale a Roma», un’intuizione prebossina. E fra le persone da sentire ci sembrava essenziale l’onorevole Andreotti, romano per giunta. Telefonai, senza molte speranze, alla sua segretaria, la mitica Enea che mi chiese l’argomento dell'intervista, i miei tempi e quanto avrei tenuto occupato Andreotti. Risposi che il discorso era complesso e che avevo bisogno di un’ora. L’Enea disse che mi avrebbe dato una risposta nel giro di mezz’ora. E così fu. Mi disse che Andreotti mi avrebbe incontrato a Milano, in un centro cattolico a due passi dall’aeroporto e che poteva darmi solo quaranta minuti perché subito dopo doveva partire per Roma. Stupii. Se fosse stato un giornalista tedesco o scandinavo sarebbe stato normale perché in quei civili Paesi si fa proprio così: si telefona alla segretaria del ministro e in un’ora si ha una riposta. Ma sono un giornalista italiano e so che per intervistare anche politici di mezza tacca bisogna prima strusciarsi a una pletora di portaborse.

Ci incontrammo all’ora fissata. Andreotti era seguito da una sua piccola corte. Entrammo in una grande sala vuota occupata solo da un tavolo e due sedie. La corte rimase rispettosamente sulla porta, aperta. Poi il «divo Giulio» fece un cenno, la porta si richiuse e rimanemmo soli. In quel momento pensai che avrei potuto uccidere Andreotti. Di tutti gli uomini politici che ho incontrato, anche della vecchia leva (e ci sono personaggi come Fanfani, Nenni, Amendola, Malagodi) che era molto più preparata e colta dell’attuale, Andreotti è quello che conosce meglio la macchina dello Stato, i meccanismi istituzionali, la burocrazia, l’amministrazione oltre che la storia e lo dimostrò anche in quella piacevolissima conversazione.

Il secondo incontro fu più bizzarro. Mi trovavo all’ippodromo delle Capannelle e camminavo a testa china leggendo «Il Cavallo», quando mi scontrai con un uomo che stava facendo la stessa cosa. Gli caddero gli occhiali, li raccolsi e glieli porsi. Rialzandomi mi accorsi che era l’onorevole Andreotti. Solo. Senza scorta. Probabilmente l’avrà anche avuta ma non si vedeva. E anche questa è una lezione di stile agli scalzacani che oggi girano con al seguito eserciti privati, intesi come status simbol.

Andreotti avrebbe anche potuto essere il mandante dell’omicidio Pecorelli (è stato assolto) ma in ogni caso ha dimostrato sempre di avere senso dello Stato e di essere classe dirigente. Sottoposto a un logorante procedimento penale durato sette anni si è difeso nel processo e non ha mai detto di essere vittima di un «complotto» della magistratura. Perché una classe dirigente che ha senso di se stessa non delegittima le Istituzioni. Perché sa che sono le «sue» Istituzioni. A differenza degli avventurieri e degli uomini «après moi le deluge».

Ma il capolavoro di Andreotti è stato in politica estera. In tempi in cui, a differenza di oggi, l’alleanza con gli Stati Uniti era obbligata, per contenere «l’orso russo», è riuscito a fare una politica relativamente autonoma dagli americani, soprattutto nei confronti dei Paesi arabo-musulmani che noi, a differenza degli Usa, abbiamo sull’uscio di casa. Una politica intelligente, e rischiosa, i cui frutti cogliamo ancora oggi.

In un altro Paese europeo Giulio Andreotti sarebbe stato un grande uomo di Stato. Da noi ha dovuto arrangiarsi, compromettersi, avere anche, prima del 1980, rapporti ambigui con la mafia. Ma in quegli anni li avevano tutti, compresi (vedi Gunnella) i repubblicani dell’integerrimo Ugo La Malfa.

Per cui, onorevole Andreotti, io l’assolvo dei suoi peccati, se li ha, e le auguro di arrivare a cent’anni. Ma sono sicuro che lei mi risponderebbe come quel Papa: «Non mettiamo limiti alla Divina Provvidenza».


Per approfondire, segnalo anche quest'intervista a Cossiga da "Il Corriere della Sera" sempre del 9 gennaio:

Andreotti? Ama giocare a poker

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giovedì 8 gennaio 2009

OCCHIO NON VEDE di V. Zucconi

Il 31 dicembre scorso, la Corte Suprema dello Stato di Israele, non il governo di Teheran o i Fratelli Mussulmani, ha ordinato al governo di permettere l’accesso ai giornalisti internazionali nella striscia di Gaza per osservare gli effetti dei bombardamenti e seguire le operazioni dell’esercito. Fino a questo momento - siamo alla mattina di mercoledì 7 gennaio - risulta che la stampa internazionale resti bloccata all’interno della linea di frontiera, dettaglio che non viene mai ben chiarito dai giornalisti nei loro servizi. In compenso, la stampa estera è condotta diligentemente da ufficiali e portavoce di Tzahal, l’esercito d’Israele, a visitare tutti i luoghi dove sia caduto uno razzo di Hamas. La giustificazione del rifiuto dei generali di obbedire all’ordine della loro Corte Suprema è che la presenza dei giornalisti complica il “lavoro” delle truppe e crea agitazione e confusione nell’opinione pubblica interna e internazionale. Curiosa e controproducente giustificazione, questa. Il risultato pratico è che le immagini che comunque arrivano da Gaza sono sempre e soltanto filmate da operatori di Hamas o comunque palestinesi, dunque sospettabili di strumentalizzazioni propagandistiche, come sempre e come in tutte le guerre. Per paura dei giornalisti, le forze israeliane lasciano ai propri nemici il monopolio delle immagini che illuminano d’orrore i nostri televisori.

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martedì 9 dicembre 2008

Berlusconi padrone del Paese, il Corriere corresponsabile

Un articolo di Massimo Fini pubblicato sul Gazzettino del 5 dicembre scorso.

Blandamente criticato da Stampa e Corriere della Sera per una misura in fondo marginale come l'aumento dell'Iva a Sky (che non è come dice Veltroni, una Tv per tifosi squattrinati - quelli vanno allo stadio, in curva - ma per gente benestante) Silvio Berlusconi ha affermato che i direttori di questi due giornali dovrebbero cambiare mestiere. Il presidente del Consiglio ha detto testualmente: "In tanti dovrebbero cambiare mestiere, direttori di giornali e politici, ho visto che la Stampa ha titolato "Berlusconi contro Sky", ho visto le vignette del Corriere della Sera , ma che vergogna... dovrebbero avere tutti più rispetto per se stessi e fare un altro mestiere".
Ha ragione: se non per la Stampa senz'altro per il Corriere della Sera
. Ma in senso diametralmente opposto a quello che gli dà il premier. La responsabilità del Corriere della Sera, un giornale dalle grandi tradizioni liberali e che si presenta tutt'oggi come liberale, è di aver non solo avallato ma sostenuto in questi decenni, attraverso i suoi principali editorialisti, Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco (nelle cronache è stato invece più equilibrato) le posizioni e le azioni illiberali del Cavaliere. Il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) è il contrario di un assetto liberal-liberista perché, come insegnano al primo anno di Economia, e come scrivevano i padri di questo sistema, Adam Smith e David Ricardo, ammazza la concorrenza che è l'essenza stessa del liberal-liberismo e la cui mancanza è particolarmente grave nel settore dei media televisivi che sono il ganglio vitale di ogni moderna liberaldemocrazia. Un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio, e di cui ci si accorge solo quando tocca anche i propri interessi (che è il caso di Sky). Le leggi "ad personas", per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, e "ad personam", per salvare se stesso, il "lodo Alfano", ledono un altro principio fondante di una liberaldemocrazia: l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Ma più gravi ancora sono state, a mio avviso, le continue e devastanti aggressioni alla Magistratura italiana, la sua delegittimazione. In terra di Spagna, davanti a tutta la stampa internazionale, allibita, Berlusconi dichiarò che "Mani pulite", cioè inchieste e sentenze della magistratura del suo Paese, di cui pur era premier, erano state una "guerra civile". Non c'è stata volta in cui Berlusconi o i suoi amici politici sono stati raggiunti da provvedimenti giudiziari che i Pm e i giudici non siano stati accusati di "uso politico della giustizia", un reato gravissimo peraltro mai dimostrato, fino ad affermazioni generiche ma non meno gravi: "i giudici sono antropologicamente dei pazzi", "la magistratura è il cancro della democrazia".
E così adesso anche Paolo Mieli si becca della "toga rossa". E ben gli sta. E anche all'inaudito volgare e violento attacco di Berlusconi, il Corriere ha reagito con un corsivetto tremebondo e una cronaca in cui la metteva sull'umorale.
Questo atteggiamento supino del Corriere,
il più importante quotidiano italiano, non ha fatto il bene del Paese nè dello stesso Presidente del Consiglio. Lasciatagli passare, passo dopo passo, ogni cosa, il Cavaliere, che antropologicamente non conosce il senso del limite, si sente ormai autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le Reti televisive nazionali che pur controlla per i 3/4 di "denigrarlo", di "insultarlo", di essere "disfattiste" (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlar troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa.
Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento, padrone del centrodestra, se si eccettuano la Lega e l'Udc di Casini che ha avuto il coraggio morale di smarcarsi, padrone del sistema televisivo, ricco più di Creso,
Silvio Berlusconi è ormai il padrone pressochè assoluto del Paese. E nessuno può più fermarlo. Una situazione che con la liberaldemocrazia non ha nulla a che vedere. E il Corriere della Sera ne è per la sua parte, che è una notevole parte, corresponsabile.

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domenica 30 novembre 2008

Perché Willer Bordon è uscito dalla Casta

Willer Bordon, classe 1949, eletto in Parlamento per 6 legislature consecutive (4 volte alla Camera e 2 al Senato), coordinatore di Alleanza Democratica, sottosegretario ai Beni Culturali durante il primo governo Prodi, Ministro dei Lavori Pubblici durante il secondo governo D'Alema, Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio durante il secondo governo Amato, capogruppo della Margherita al Senato nella XIV legislatura. Un pezzo grosso, fino al 2007 il numero 2 della Margherita, un ventennio speso nella politica che conta, con il fiore all'occhiello del successo delle campagne referendarie combattute a fianco di Mario Segni (abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, elezione diretta di sindaci e presidenti della province, legge elettorale maggioritaria).

Il 16 gennaio 2008 Willer Bordon ha presentato le dimissioni da senatore. Un gesto quanto mai inconsueto per lo scenario politico italiano, avvezzo alle 16 legislature di Andreotti, alle 13 di Cossiga, alle 11 di Tremaglia. O, per considerare esemplari di più verde età, alle 8 di Fini e Casini, alle 7 di D'Alema. "Per un animale politico è difficile dimettersi", afferma Bordon, lo scorso 19 novembre a Palazzo Trissino per la presentazione del suo libro "Perché sono uscito dalla Casta". Dimettersi è difficile perché significa abbandonare di propria volontà i palazzi del potere e gli agi e privilegi ad essi annessi. Difatti i suoi colleghi fino all'ultimo non hanno voluto credere al suo gesto, per certi versi drastico, ma che non ha avuto poi l'eco ricercata sulla stampa nazionale a causa della sfortunata concomitanza con l'arresto della moglie di Mastella. Allora ci dica, Willer Bordon, perché dimettersi?

Perché oggi "l'unica possibilità di fare politica è uscire dal teatrino della politica, che si occupa ormai esclusivamente di difendere i suoi interessi di casta". Perché "il Parlamento è diventato un luogo in cui tutto ha un prezzo e niente ha più valore". Perché "i cittadini non hanno più fiducia nei partiti ed è in gioco la credibilità stessa delle istituzioni".

In un anno e mezzo un saggio come "La Casta" di Stella e Rizzo ha già venduto più di 1.300.000 copie. Dizionario alla mano, la casta è un "gruppo di persone che, assunto in un qualche modo un certo potere, si occupa solamente di mantenerlo, distaccandosi dalla realtà circostante". A parere di Bordon, difficilmente definizione potrebbe calzare meglio alla classe dei parlamentari nostrani. I cittadini se ne stanno rendendo conto, tanto che a novembre un sondaggio di Mannheimer registrava come solo il 40% degli italiani abbia fiducia nell'esecutivo, fiducia che scende addirittura al 16% nei confronti dell'opposizione. "Nell’insieme, si assiste dunque ad una vera e propria crisi di fiducia nei confronti di tutti gli attori politici", chiosa Mannheimer. I parlamentari sembrano aver perso ogni contatto con la realtà di fuori: Bordon porta ad esempio il momento in cui si provarono a tagliare del 10% le indennità mensili di 5522 euro: ci fu una sollevazione trasversale a tutti i partiti, e alla fine si ridusse sì lo stipendio del 10%, ma non prima che fosse aumentato di una somma quasi pari, di modo che la riduzione reale fu di 36 euro, lo 0,64%. "L'antipolitica è il frutto della cattiva politica", ha ripetuto più volte l'ex-senatore, e l'osservazione ci trova concordi. "Si rischiano, è vero, il qualunquismo e il populismo: il problema è che hanno fondamento."

"Nel 1995 Barack Obama era un semplice avvocato. Solo nel 1996 ha cominciato a fare politica attiva. Partendo da zero, in dodici anni è riuscito a diventare il presidente della nazione più potente del mondo. Fosse nato in Italia, con 12 anni di militanza, ora sarebbe forse il segretario di qualche circolo giovanile, o di qualche gruppo comunale. I giovani, in Italia, dopo venti anni che sono nel giro, sono ancora considerati giovani. Si pensi a Fini, a Fassino, a Veltroni, a D'Alema, a Casini. Ancora, Obama, che si è presentato quasi sconosciuto alle primare, grazie ai meccanismi aperti e meritocratici delle stesse è riuscito addirittura ad imporsi su Hillary Clinton, che era appoggiata da tutto l'establishment democratico. In Italia, per un esterno, è impossibile inserirsi nel giro che conta. Al di là degli statuti i partiti italiani sono in mano a 2, massimo 3 persone, che decidono chi sarà eletto e dove, in base a criteri del tutto slegati dalle competenze e dalle capacità. Ve lo dice uno che fu il numero 2 (solo ufficialmente) di un grosso partito, e che ha visto fin troppe volte con i suoi occhi come funzionano queste cose."

Oltre all'immobilismo e alla mancanza di ricambio, Bordon accusa la classe politica di avere fatto carta straccia della Costituzione, annullando di fatto la separazione dei poteri legislativo ed esecutivo: solo il 9% delle leggi risulta scritta dal Parlamento, il restante 91% è opera del Governo. La condizione di privilegio (casta) dei parlamentari è dunque associata all'inutilità e all'inefficienza del Parlamento, e, cosa non meno importante, ad un grave distacco dal territorio, dovuto alla cancellazione del voto di preferenza. Le liste bloccate hanno creato un Parlamento di "nominati", in cui un parlamentare per farsi rieleggere non deve più rendere conto del suo operato agli elettori, ma piuttosto stare bene attento a non pestare i piedi a chi l'ha messo dov'è. Completa il quadro la reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti, cancellato dal 90% degli elettori italiani col referendum dell'aprile '93 e subdolamente ripristinano già nell'autunno dello stesso anno sotto la dicitura "rimborso elettorale". I partiti godono quindi della più totale comodità nell'assegnazione delle poltrone, e parimenti si spartiscono senza controlli i 200 milioni di euro destinati ogni anno ai rimborsi elettorali (di questi godono per cinque anni dalle elezioni anche i partiti che ufficialmente non esistono più, come la Margherita o l'Udeur).

Per permettersi di denunciare a testa alta tutto ciò, Bordon ha deciso di chiamarsi fuori, "in un gesto per certi versi egoistico" che gli ha consentito di "riguadagnare la dignità personale. Non si può continuare a dire attorno a me è un disastro, ma io sono diverso. Così facendo si legittima, di fatto, un sistema corrotto." Il primo passo della sua seconda vita politica sarà quello di impegnarsi in una nuova battaglia referendaria che avrà come obiettivo l'eliminazione definitiva del finanziamento pubblico ai partiti.

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giovedì 13 novembre 2008

BELLA ITALIA - 2

Come se non bastassero le parole di Cossiga, che in veneranda età ha deciso di confessare i suoi peccati di gioventù, in questi giorni si vengono a scoprire altri fatti particolarmente interessanti riguardo l'unica forma di giustizia rimasta in Italia...eh sì, le sane manganellate della Polizia.
Non mi va però di finire nella generalizzazione e perciò faccio notare che tutti i protagonisti di questa puntata erano ai vertici di questo corpo, e dopo gli eventi di Genova (G8, qualcuno ricorda ancora??!! sicuramente i miei amici scout finiti in mezzo ai fumogeni e con qualche carezza di troppo degli agenti, sì!!) non solo ci sono rimasti ma spesso sono stati "promossi".

In merito leggetevi il seguente articolo, stranamente riportato solo in alcuni quotidiani.

articolo di Massimo Calandri sulla sentenza per il blitz alla scuola Diaz

Le mie conclusioni: questi bolscevichi della BBC non si potevano fare gli affaracci loro una volta tanto, così danno adito a quelle toghe rosse dei magistrati !! BELLAAAA ITALIAAAA - 2

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venerdì 7 novembre 2008

BELLA ITALIA

Incuriosito dalle parole di Stefano ho cercato il testo delle dichiarazione di un Politico storico, nonchè senatore a vita di questa BELLA ITALIA...io sono aberrato!!! A voi i commenti...

ROMA - Presidente Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che...
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere?
«In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Fonte: Giorno/Resto/Nazione del 23/10/2008

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sabato 18 ottobre 2008

LETTERA DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI VICENZA SCHNECK AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO BERLUSCONI

Lettera inviata dal Presidente della Provincia di Vicenza Attilio Schneck al Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi, al Commissario Straordinario Paolo Costa, al Presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, al Ministro Infrastrutture e Trasporti Altero Matteoli, al Ministro della Difesa Ignazio La Russa, al Ministro dell’Economia e Finanze Giulio Tremonti e ai Parlamentari Vicentini.

Egregio Presidente del Consiglio,
La Provincia di Vicenza fino ad oggi ha sempre mantenuto sulla questione relativa all’ampliamento della base “Dal Molin” una linea di responsabile attesa. Ci siamo chiamati fuori da ogni tentazione di intervento politico preferendo concentrare la nostra attenzione sull’impatto e la ricaduta che quest’opera avrà nel futuro assetto del territorio Vicentino. E’ stata una scelta precisa, nello spirito di un Ente chiamato per sua scelta a mediare fra le esigenze generali dello Stato e le ragioni particolari dell’area.
Alla luce di tutto ciò, e anche degli ultimi avvenimenti, è venuto però il momento di porre i primi obiettivi di contemperazione del peso imposto e di mettere pertanto i paletti fondamentali, per il bene della nostra Comunità chiamata a convivere con quella che diventerà la più importante struttura militare presente sul suolo europeo.
Il primo è la Tangenziale Nord, vale a dire quella strada essenziale per il miglioramento della viabilità attorno a Vicenza. E’ una esigenza imprescindibile date la collocazione e la natura del sito, che è già stata recepita anche dal Commissario Straordinario. E’ di tutta evidenza che si tratta di una infrastruttura vitale per il progetto complessivo e pertanto il suo costo non può essere sopportato dalle amministrazioni locali.
E’ doveroso compito del Governo Italiano riconoscere alla Provincia il sacrosanto diritto di avere subito a disposizione le somme per la realizzazione dell’opera. Chiediamo certezze al riguardo: sui finanziamenti e sulle loro modalità. Tutto ciò dovrà avvenire attraverso l’attivazione concreta e sollecita di un tavolo di lavoro con la Provincia di Vicenza al fine di dare risposte chiare ai cittadini e agli amministratori locali. Se così non fosse siamo pronti a fermare ruspe e cantieri.
La Tangenziale Nord è fondamentale per evitare di portare al collasso la viabilità esistente e l’idea stessa di sviluppo della mobilità nella nostra provincia. E’ per noi il vero spartiacque della situazione. Partendo da essa costruiremo infatti il nostro futuro chiedendo al Governo Italiano di affrontare anche tutte le esigenze che di volta in volta saranno evidenziate per il miglioramento dei servizi e della qualità della vita della nostra collettività.
Come il territorio vicentino ha fatto la sua parte così lo Stato Italiano dovrà fornire la medesima disponibilità a far sì che questo insediamento diventi concretamente un’occasione di sviluppo e non di depauperamento del nostro Territorio.
Vogliamo segnali concreti e rapidi. Nel rispetto dei reciproci ruoli e in particolare dei nostri cittadini che si sacrificano per tutta l’Italia.

IL PRESIDENTE
Attilio Schneck

Editor : "nostri cittadini che si sacrificano per tutta l'Italia" "Se così non fosse siamo pronti a fermare ruspe e cantieri"??? VIA AI COMMENTI !!!

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venerdì 18 luglio 2008

Da Vicenza nuova linfa per la cultura italiana

E’ di oggi la notizia che l’ex sindaco di Vicenza, dopo essere stato lasciato a casa dal suo partito nella fase di composizione del Parlamento, ha trovato il modo di godere le gioie della dolce vita romana. Da settembre sarà infatti a capo della segreteria particolare del ministro Bondi, ai Beni culturali, con il quale condivide la passione e la dote per la composizione poetica. Senza rinunciare alla presidenza della Fondazione Teatro Comunale, sua creatura di diritto, dirigerà lo staff politico e tecnico del ministero con un occhio di riguardo a tre comparti fondamentali del panorama culturale italiano: ristrutturazione del sistema cinematografico, valorizzazione dei musei e rilancio dei patrimoni artistici dei piccoli comuni. I 10 anni di amministrazione cittadina hanno infatti dimostrato che dispone delle carte giuste per raggiungere questi alti obiettivi. Basta pensare a tutti i soldi che, in questi anni, sono stati spesi a Vicenza per migliorare e razionalizzare l’offerta museale (ce l’invidia il Veneto intero... l’esposizione privata di Palazzo Leoni Montanari basta e avanza, no?), rilanciare il patrimonio artistico (va da sé che non si può pensare di ammirare gli edifici palladiani nell’anno del Cinquecentenario...cosa pretendete?) e promuovere la settima arte (tutto quel proliferare di sale e cineforum era uno spreco: 1 cineforum, 1 multisala del Berlusca e 2 sale funzionanti tutto l’anno sono più che sufficienti per 110 mila abitanti.. che peraltro preferiscono lo shopping!). Prima di far ricadere la scelta su di lui, insomma, al ministero hanno condotto un’attenta ricerca dell’uomo giusto da piazzare al posto giusto.

Finalmente, anche in Italia come a Vicenza, culturalmente siamo in una botte di ferro.

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giovedì 10 luglio 2008

Semantica di regime

Mi scuso se ancora una volta utilizzo questo spazio per uscire da argomenti prettamente locali, per occuparmi invece di temi di più ampio respiro.


Ma proprio i fatti di questi giorni non possono lasciarmi indifferente. Sento una necessità di sfogarmi e penso che scriverne sia il modo migliore.


Mi sento derubato, defraudato, orfano di una semantica che non riconosco più. Fin da piccolo sono state le parole a fornirmi i più elementari punti di riferimento. Se un bimbo picchiava un altro bimbo era "cattivo". Se un altro bimbo invece si comportava bene era "buono". Erano le parole a fornirmi le esatte coordinate per decifrare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.


Ed è con queste coordinate che sono diventato grande (oddio, un metro e settanta, niente di che).


Sono diventato grande pensando che parole come "morale", "etica", "giustizia", avessero un significato ben preciso, che questo significato fosse immutabile. Una persona poteva, attraverso le sue azioni, porsi da una parte di tale significato ed essere una persona morale, etica, giusta. Oppure porsi dall'altra parte ed essere immorale, ingiusto. Ovviamente con tutte le sfumature che in mezzo ci possono stare. Ma non poteva stravolgere il significato della parola stessa.


Sono sempre stato convinto che ci si poteva mettere d'accordo su ciò che poteva essere giusto o sbagliato, ma non sul significato della parola "giustizia".




Poi è arrivato Berlusconi.




Dal '94 ad oggi, attraverso le sue televisioni, il cavaliere ha messo in atto una sistematica disarticolazione della semantica comune. Il suo attacco quotidiano alla democrazia è partito proprio da qui, dallo stravolgimento del linguaggio.


Citando quanto detto da Moni Ovadia ieri in piazza Navona (ultimamente mi sento molto in linea con Moni Ovadia, sarà che guardo molti film di Woody Allen): Berlusconi e i suoi seguaci sono arrivati a pervertire i termini. Chiamano giustizialismo la legalità. Se noi invece pretendiamo di essere governati da politici con una solida statura morale, siamo dei moralisti.


Aggiungo io, se esasperati da anni di torbidume, ci permettiamo di farci sfuggire un moto di dissenso, siamo dei qualunquisti. Invece loro, si possono permettere di chiamare sicurezza il razzismo più sfacciato. Si possono permettere di chiamare noti fascisti e appurati ladri socialisti, grandi statisti. E magari intitolar loro una via od una piazza.


Ebbene io a questo gioco mi chiamo fuori, provo disgusto nei confronti di un Veltroni che ancora cede al ricatto del dialogo. Sono convinto che il dialogo può avvenire solo all'interno di una dialettica dominata da una semantica condivisa, se Veltroni continua a credere alla via del dialogo vuol dire che accetta di abbracciare questo nuovo linguaggio.


Come dice Travaglio, questi (Veltroni e co.) saranno i politici che nei libri di storia saranno ricordati come quelli che non mossero un dito, che cercarono colpevolmente di dialogare con il regime.

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mercoledì 2 luglio 2008

"A quando i numeri tatuati sul braccio?"

Conclude così un suo intervento al TG3 Moni Ovadia.


Si stava parlando della recente iniziativa del ministro Maroni di schedare, tramite raccolta delle impronte, tutti i cittadini rom italiani, maggiorenni e minorenni.


Non è difficile condividere questa provocazione. Non può non sollevare inquietanti analogie questa quantomeno controversa iniziativa.


Non per nulla oggi, in un articolo della Repubblica, viene pubblicato un monito dell'Unione Europea: "Non tollereremo il razzismo" c'è scritto.


E?


E basta.


E con buona pace di tutti la schedatura è già iniziata, e molto probabilmente si concluderà a fine ottobre.


Non voglio nascondere la testa sotto la sabbia facendo finta che il problema dei rom non esista. Che ci siano solo i "poveri" rom contro il "cattivo" Maroni. Il problema c'è e va affrontato. Ma cosa risolve marchiare delle persone solo in base alla loro etnia? Voglio dire il problema dei minori rom che vengono sfruttati per furti e rapine non è molto diverso dal problema dei minori del sud che vengono quotidianamente sfruttati dalla camorra o dalla mafia. E allora che fare? Schedare anche loro? E se un domani il problema diventassero, che ne so, i paraguayani (chiedendo scusa ai paraguayani)? Che si fa si scheda anche loro?


Il fatto è che limitarsi a schedare e raccogliere delle impronte non risolve nulla. Non finchè le politiche di integrazione rimarranno queste. Non finchè lo stato del sistema giudiziario rimarrà questo. Potranno anche servire a risalire immediatamente all'autore di qualche furto ma questo non verrà trattato diversamente da come viene trattato ora da una macchina della giustizia quanto mai ingolfata.


No, lo scopo del ministro Maroni non è risolvere il problema dei rom. Il suo scopo è duplice: da una parte accontentare la gente semplice ed arrabbiata che l'ha votato. Gente che gli chiede solo una cosa: di raccogliere e se possibile ancor più emarginare il diverso, il "pericoloso". Dall'altro nascondere sotto questa veste da uomo di ferro le mille porcherie che la Lega sta ingoiando per accontentare il capelluto premier.


Concludo con un altro pensiero di Moni Ovadia: "Siamo la prima nazione, dopo il Rwanda, che in tempo di pace ha deciso di schedare delle persone solo in base alla loro etnia".

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martedì 17 giugno 2008

Il disegno di legge sulle intercettazioni

Il 13 giugno scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge cosiddetto "anti intercettazioni". Già si comincia a parlare di referendum abrogativo nell'eventualità la legge venisse approvata in Parlamento, dato che la legge, oltre che anti-intercettazioni, sarebbe anti-giustizia e anti-democrazia, come ben spiega l'indispensabile Marco Travaglio sul Blog di Beppe Grillo:



Passaparola 16-06-08



E' in tutta evidenza una legge che mina alle fondamenta uno stato democratico quale dovrebbe essere il nostro, almeno stando alla Costituzione, ossia basato sulla suddivisione dei poteri nonché sulla libertà di stampa e di parola. Ricordo ad esempio che l'art. 21 della Costituzione stabilisce che:



Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.




Essendo una legge anti-democratica in senso lato, trovo normale parlarne in un sito che dalla sperimentazione di nuove forme democratiche trae motivo d'essere. Beppe Grillo dice oggi sul suo blog: "Lancerò un referendum per l’abolizione della legge Berlusconi. Chiunque ci stia, associazioni, movimenti, raggruppamenti politici, è benvenuto". Propongo di non farci trovare impreparati e di cominciare a discutere della possibilità di muoversi come gruppo Vicenza Partecipa per dare un contributo attivo alla riuscita del referendum.




PS: è di un'ora fa il seguente comunicato dell'ordine dei giornalisti:



L’Ordine dei giornalisti non rispetterà la norma del disegno di legge del governo – ove fosse approvata dal Parlamento – che dispone la sospensione “dal servizio o dall’esercizio della professione fino a tre mesi” del giornalista che pubblicherà atti di indagine preliminare, ove sia evidente il pubblico e legittimo interesse dei cittadini a conoscere la verità.

E’ quanto ha dichiarato il segretario del Consiglio nazionale dell’Ordine, Enzo Iacopino, che ha aggiunto: “Non saremo strumento per applicare la pena accessoria della sospensione ad una norma già sconcertante che prevede, con meccanismi non ben valutati dal governo, una compressione inaccettabile del nostro dovere di mettere i cittadini in condizione di conoscere la verità. Non si tratta di un atto di ribellione, ma della consapevolezza che un Ordine professionale come il nostro ha l’obbligo, prima di tutto, di rispettare il diritto costituzionale dei cittadini ad essere informati, in maniera piena e veritiera, con equilibrio, onestà e rispetto rigoroso delle persone, anche di quelle direttamente coinvolte in vicende di interesse pubblico. La norma, per di più, così come è concepita – imponendo che la sanzione accessoria sia comminata “entro 30 giorni” – viola diritti elementari di difesa che anche i cittadini giornalisti possono rivendicare. L’auspicio è che il governo, ancor prima di un intervento riparatore del Parlamento, valuti tutte le conseguenze di misure che trasmettono la sensazione non già che si vogliano tutelare i diritti dei singoli, che vanno garantiti a tutti anche quelli oggetto diretto delle indagini, ma che si punti a sottrarre ai cittadini elementi importanti di conoscenza di ciò che accade nella società”.


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