giovedì 10 luglio 2008

Semantica di regime

Mi scuso se ancora una volta utilizzo questo spazio per uscire da argomenti prettamente locali, per occuparmi invece di temi di più ampio respiro.


Ma proprio i fatti di questi giorni non possono lasciarmi indifferente. Sento una necessità di sfogarmi e penso che scriverne sia il modo migliore.


Mi sento derubato, defraudato, orfano di una semantica che non riconosco più. Fin da piccolo sono state le parole a fornirmi i più elementari punti di riferimento. Se un bimbo picchiava un altro bimbo era "cattivo". Se un altro bimbo invece si comportava bene era "buono". Erano le parole a fornirmi le esatte coordinate per decifrare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.


Ed è con queste coordinate che sono diventato grande (oddio, un metro e settanta, niente di che).


Sono diventato grande pensando che parole come "morale", "etica", "giustizia", avessero un significato ben preciso, che questo significato fosse immutabile. Una persona poteva, attraverso le sue azioni, porsi da una parte di tale significato ed essere una persona morale, etica, giusta. Oppure porsi dall'altra parte ed essere immorale, ingiusto. Ovviamente con tutte le sfumature che in mezzo ci possono stare. Ma non poteva stravolgere il significato della parola stessa.


Sono sempre stato convinto che ci si poteva mettere d'accordo su ciò che poteva essere giusto o sbagliato, ma non sul significato della parola "giustizia".




Poi è arrivato Berlusconi.




Dal '94 ad oggi, attraverso le sue televisioni, il cavaliere ha messo in atto una sistematica disarticolazione della semantica comune. Il suo attacco quotidiano alla democrazia è partito proprio da qui, dallo stravolgimento del linguaggio.


Citando quanto detto da Moni Ovadia ieri in piazza Navona (ultimamente mi sento molto in linea con Moni Ovadia, sarà che guardo molti film di Woody Allen): Berlusconi e i suoi seguaci sono arrivati a pervertire i termini. Chiamano giustizialismo la legalità. Se noi invece pretendiamo di essere governati da politici con una solida statura morale, siamo dei moralisti.


Aggiungo io, se esasperati da anni di torbidume, ci permettiamo di farci sfuggire un moto di dissenso, siamo dei qualunquisti. Invece loro, si possono permettere di chiamare sicurezza il razzismo più sfacciato. Si possono permettere di chiamare noti fascisti e appurati ladri socialisti, grandi statisti. E magari intitolar loro una via od una piazza.


Ebbene io a questo gioco mi chiamo fuori, provo disgusto nei confronti di un Veltroni che ancora cede al ricatto del dialogo. Sono convinto che il dialogo può avvenire solo all'interno di una dialettica dominata da una semantica condivisa, se Veltroni continua a credere alla via del dialogo vuol dire che accetta di abbracciare questo nuovo linguaggio.


Come dice Travaglio, questi (Veltroni e co.) saranno i politici che nei libri di storia saranno ricordati come quelli che non mossero un dito, che cercarono colpevolmente di dialogare con il regime.

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11 Commenti:

Alle 10 luglio 2008 09.47 , Blogger Francesca Danda ha detto...

Condivido, appoggio, sottoscrivo in pieno, come già espresso in altro "luogo" (sito nerovivi).
Proprio in fase di tesi (tre anni fa oramai...) ho avuto l'occasione di approfondire la sociosemiotica del conflitto relativamente alla nascita del movimento per una globalizzazione dal basso (poi ribattezzato strategicamente dall'avversario "no global"). L'impianto teorico di una qualsiasi riflessione sul conflitto parte proprio da quello che dici tu: dalla condivisione di uno stesso campo dello scontro, con confini ben definiti, di regole del gioco universalmente riconosciute e delle stesse "armi" semantiche. Allora può prodursi confronto dialettico, sia esso spietato o moderato. Si parte comunque dal riconoscimento dello stesso contesto e, conseguentemente, dal riconoscimento dell'opposto (che poggia i piedi sullo stesso terreno), che è un non-io diverso da me. Se non c'è accordo sui "fondamentali", non c'è nemmeno riconoscimento dell'altro come avversario. E quindi si assiste ad un eterno rinvio del conflitto, attraverso un continuo spostamento ad un altro campo di battaglia, dove funzionano armi semantiche diverse. Il povero avversario (Veltroni?) non puo che rincorrere il suo contendente all'infinito, senza arrivare a nulla di fatto, perchè gli viene negata la possibilità stessa del conflitto, e con essa il riconoscimento della sua stessa esistenza come termine di opposizione.
Decisamente frustrante per il povero Veltroni, che secondo me finge di credere al dialogo a nostro uso e consumo, ma ancora di più per noi che lo stiamo a guardare... increduli, allibiti ed anche un po' schifati!

 
Alle 10 luglio 2008 10.27 , Anonymous stefano balbi ha detto...

Anni di bombardamento televisivo ci hanno fatto sprofondare in questo baratro... pensate alle ragazzine che come massima aspirazione avevano quella di fare la velina... ora pregusteranno l'opportunità di diventare ministro: un iter politico che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile.
Signori, di quello che è successo a Piazza Navona l'altro ieri, a parte gli attacchi a Ratzinger (fuori contesto), condivido tutto.
E non è questione di destra o sinistra, è, molto più terribilmente, una classe politica indecente che riflette una società italiana imbambolata davanti alla tv... alla fine Berlusconi ci conosce e ci rappresenta benissimo...

 
Alle 10 luglio 2008 13.24 , Blogger Gianluca Perin ha detto...

io condivido in pieno anche gli attacchi al papa. gran parte dei mali che abbiamo in italia, non ultima la classe politica che ci ritroviamo, prosperano anche grazie al vaticano. sono anni che dico e penso che se in italia non avessimo il vaticano, avremmo risolto metà dei nostri guai.

 
Alle 10 luglio 2008 14.58 , Blogger Marco Matteazzi ha detto...

Sempre sullo stravolgimento della semantica.

Fini (Gianfranco) commenta così ciò che ha detto la Guzzanti: "Sono comportamenti che non hanno niente a che vedere con la satira. Chi se ne rende responsabile non è un comico, tutt'al più un esibizionista che va trattato come tale". Fini dà un'altra buona dimostrazione di cosa voglia dire stravolgere il senso delle parole. Satira e comicità hanno due significati diversi, che possono intersecarsi, per il fatto che l'autore satirico fa anche ridere e risulta quindi comico, ma che non possono essere utilizzati come sinonimi. La Guzzanti è un'autrice satirica, non è una comica. La differenza è bella grossa. Inoltre Fini tocca l'apice dell'ignoranza (sincera o di comodo?) quando afferma "Sono comportamenti che non hanno niente a che vedere con la satira". Quali comportamenti non hanno a che vedere con la satira? L'invettiva? L'attacco personale? La denuncia politica? Questi sono per definizione gli STRUMENTI della satira, fin dai tempi di Ennio e Lucilio. La satira è un genere letterario che utilizza, piaccia o meno, questi strumenti per criticare comportamenti o personaggi pubblici e metterne in evidenza le ipocrisie e le immoralità. Non è moralismo, questo vuol dire altro ancora; anzi è proprio il moralismo uno dei principali bersagli della satira, che ama mettere a nudo le contraddizioni tra gli ideali proclamati e la moralità effettiva delle azioni compiute dai proclamanti. La satira ha fini educativi, pur utilizzando strumenti quali il turpiloquio e l'invettiva ad personam. E' anche il moralismo di quanti si scandalizzano per questo che va a colpire. Fa riflettere, e perciò è temuta, al contrario della comicità alla Fiorello o alla Zelig, che fa ridere distraendo, e che fa quindi comodo al potere.

Sabina Guzzanti è un'autrice satirica, che, se proprio fa un errore, fa quello di non separare adeguatamente i momenti in cui fa satira da quelli in cui fa orazione politica. Tuttavia una persona dotata di perspicacia può cogliere chiaramente i due momenti all'interno, ad esempio, del discorso di Piazza Navona. Di sicuro non è un'esibizionista, almeno non più di quanto lo sia per natura ogni attore. Chi fa un'orazione civica è esibizionista? Chi fa satira è esibizionista? Può essere, ma non sono questi i discriminanti. E' esibizionista chi deve assolutamente mettersi in mostra in ogni occasione, per quanto ciò possa essere fuori luogo. Se proprio per Fini l'esibizionismo è un male capitale, dovrebbe prima guardarsi a fianco (e in basso), e dire al suo premier: "Sei un esibizionista e vai trattato come tale". Perché lui sì, lo è davvero.

PS: il vocabolario, non il cane, è il miglior amico dell'uomo.

 
Alle 10 luglio 2008 16.28 , Anonymous stefano balbi ha detto...

Gian quello che dici, a prescindere che sia condiviso o meno (io non lo condivido, ma questo è un altro post...), non giustfica che sia stato fatto proprio l'altro ieri a piazza navona quando l'obiettivo della contestazione era un altro...
risultato: si perde la forza della protesta e passano messaggi che si ritorcono contro l'obiettivo principale.
E' un discorso di efficacia.

 
Alle 10 luglio 2008 17.28 , Blogger Gianluca Perin ha detto...

ed è proprio qui che ti sbagli. Il vaticano ed il papa non sono entità a sè che nulla hanno a che vedere con la situazione nella quale ci troviamo e della quale parla il mio post. Magari fosse così. Sono parte di un organismo di potere corrotto ed ipocrita che ha in Berlusconi il suo massimo esponente. Perciò giustissimo contestarli. Anche in piazza Navona.

 
Alle 10 luglio 2008 21.14 , Blogger Francesco Buso ha detto...

La tecnica "semantica" di Berlusconi è quella di minare la corretta contestualizzazione dei concetti... chi si occupa di educare i bambini sa che a proporre insistentemente contestualizzazioni contraddittorie (es: ridere in una situazione seria, negare ciò che è vero, ecc.) si provocano disturbi comportamentali; le sparate mediatiche di Berlusconi sono precisamente studiate per sostenere il processo di destabilizzazione del pensiero dei suoi interlocutori allo scopo di poterlo forzare a proprio vantaggio. E così finisce per andare in malora anche il "sentimento" comune dei principi fondamentali.
Albert Hirschmann, premio Nobel in economia, osservò che le risorse morali (quali ad es. la cultura dei diritti, la fiducia, ecc.) hanno la proprietà di incrementarsi con l'uso, anzichè diminuire, e di esaurirsi se non sono usate...
C'è n'è abbastanza per meditare sul da farsi. Tornando all'attualità, è chiaro, poi, che concentrando la discussione sui toni più o meno "maleducati" di chi critica, si distoglierà l'attenzione dai fatti criticati e dalle doverose sanzioni per i responsabili... basta guadagnare giusto il tempo perché qualche altro fatto di cronaca (opportunamente trattato) prenda il sopravvento: di fronte alle tecniche mediatiche virtuali, la capacità di memoria storica -collettiva o individuale- è sempre più a rischio.
La sola speranza è quella di far crescere comunità di base che discutano civilmente con apertura mentale, come si sta facendo in questo blog (grazie per l'occasione).

 
Alle 12 luglio 2008 13.33 , Blogger Stefano Balbi ha detto...

Prima cosa: rispetto per le opinioni altrui. Certo, Gian, che le spari grosse! Descrivi figure apocalittiche: il male supremo comanda il vaticano... come il senatore palpatin era a capo della repubblica in star wars...
racconta com'è andata in radio va...

 
Alle 12 luglio 2008 17.27 , Blogger Gianluca Perin ha detto...

macchè figure apocalittiche. le cose vanno così. non mi sembrano tanti agnellini mansueti gli alti prelati. che poi ti dia fastidio che li descriva così è un altro paio di maniche.
Comunque in radio è andata molto bene. Ma nessuno ha ascoltato? No perchè sarei curioso di avere qualche altra opinione oltre alla mia!

 
Alle 12 luglio 2008 18.24 , Blogger Marco Matteazzi ha detto...

Sabina Guzzanti, nella lettera di ieri al Corriere, dice:

È falso che non si possa criticare e attaccare il Papa. Si può e ci sono buone ragioni per farlo. Ho letto un po' dappertutto che il Papa sarebbe una figura super partes. Super partes non è uno che si schiera con tutte le sue forze su ogni tema, dalla scuola ai candidati alle elezioni, alla moda e alla cucina, con interventi spesso molto al di sotto delle parti.

Proprio non riesco a darle torto. La Chiesa, lasciando stare il mio giudizio sull'istituzione, non si tira certo indietro dal commentare ogni avvenimento politico e nel dispensare suggerimenti ai suoi cagnolini in Parlamento (di cagnolini si tratta: che parli il cardinale o che parli il papa, loro subito a rincorrere la palla, senza chiedersi troppo se questo poi corrisponda al mandato dei loro elettori - esempio: i pacs erano nel programma dell'unione presentato ai cittadini alle primarie), alla faccia della separazione dei poteri spirituale e temporale che dovrebbe esserci in una democrazia laica. Per cui è del tutto legittimo prenderla dentro, come soggetto politico, in una manifestaziona politica. Non vedo perché no. Siamo talmente abituati al fatto che dire certe cose non si può più, che ormai ci censuriamo da soli.

 
Alle 14 luglio 2008 14.23 , Anonymous francesco mariga ha detto...

Mi accodo nel constatare il potere temporale della chiesa.
Inoltre in questi anni di papato Raztinger stiamo assistendo a un nuovo e massiccio ritorno della chiesa come sorgente unica di valori e morale (dal loro punto di vista).
L'obiettivo dell'attuale papa sembra essere più ristabilire il primato unico della chiesa che evangelizzare il mondo.
E lo attua con pesanti intromissioni nella vita politica italiana, senza alcun rispetto per il sacrosanto diritto della laicità dello stato.
E purtroppo quando ti butti nella mischia, non puoi pretendere di dare solo cazzotti, devi anche riceverli (o schivarli, ma sembra che preferiscano urlare alla vergogna che rispondere sul campo).

Inoltre mi dispiace, però aggiungo un altro particolare che mi lascia disorientato: il vaticano si dichiara amico di Bush, lo accoglie come un figlio tra le sue mura, e poi critica aspramente il diritto di cessare l'alimentazione ad una persona che da parecchi anni non è altro che un vegetale, usando come argomento il diritto alla vita. che evidentemente le centinaia di migliaia di civili nel mondo morti grazie alle bombe di bush non avevano.
ecco, forse usare lo stesso metro di giudizio avrebbe denotato maggiore coerenza e forse anche guadagnato più rispetto ai miei occhi.

tralasciamo di entrare nel dettaglio delle ultime norme in materia giudiziaria inserite nel famoso decreto sicurezza, dove si indica che in caso un prelato fosse sotto indagine, il magistrato è costretto prima ad avvertire il vescovo di competenza (scusate, ma qua sembra di tornare nel medioevo). e poi cosa c'entra con la sicurezza del popolo italiano? mah...

nonostante tutto son convinto che la chiesa vera, quella che si sporca le mani tra i poveri e i non credenti, ha ben poco a che vedere con i porporati grassi e pieni di oro. e credo inorridisca di fronte al gossip sui nuovi cappellini sfoggiati dal papa (tralasciando le scarpette...).

quanto ci manca giovanni paolo...

 

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